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Da una parte e dall’altra della cortina di ferro
“Il ’68 è una disfida e una disfatta della ragione logica, che tenta di reintegrare a qualsiasi prezzo l’avvenimento dentro un processo razionale”. Questa definizione dello storico cattolico e osservatore della vita politica francese, René Rémond, sottolinea la difficoltà di capire e di interpretare questo avvenimento importante della nostra storia recente, che ha sconquassato sul momento il potere politico e le istituzioni, e alla lunga le società europee. André Malraux, ministro della Cultura di de Gaulle, vi scorgeva “una delle crisi più profonde che la civilizzazione abbia conosciuto”. Legata a origini assai diverse, all’estero (la prima università occupata fu la Facoltà di sociologia di Trento, nel novembre 1967), nel contesto della guerra del Vietnam, la crisi viene dalla crisi della democrazia parlamentare, dei cambiamenti sociali ed economici profondi in poco tempo: il Miracolo italiano, il Miracolo tedesco, le Trente Glorieuses, secondo l’expressione dell’economista Jean Fourastié, significano lo choc dell’industrializzazione rapidissima di società ancora rurali, dell’irruzione della modernità e della prosperità (l’American Way of Life), l’aumento spettacolare dei livelli di vita, una crescita annuale attorno al 5%, che fa sognare oggi tutti i governi. Ma le società dei paesi dell’Europa occidentale restavano bloccate, cioè, secondo il sociologo francese Michel Crozier, gerarchizzate, burocratiche: egli parlava della Francia come di una “terra dell’ordine”, centralizzata, in cui il dialogo era raro. Si muovevano e restavano immobili nello stesso tempo. E’ da questo iato che doveva uscire il terremoto. Eppure la popolazione europea s’era molto ringiovanita: quelli sotto i vent’anni rappresentavano nel 1968, più o meno un terzo della popolazione secondo i paesi: si vedevano arrivare all’età adulta le prime generazioni del Babyboom del dopoguerra. Naturalmente questa gioventù provava difficoltà a integrarsi in una società in movimento e immobile allo stesso tempo. Il mondo giovanile stava per entrare in massa nell’insegnamento superiore (in Francia, il numero degli studenti universitari passò da 200.000 nel 1958 a 500.000 dieci anni più tardi) ma non voleva lavorare come i genitori, nonostante la prosperità ((in Francia, il numero dei disoccupati superava appena i 200.000, cifra che oggi farebbe strabiliare), e difatti le strutture universitarie e di lavoro rimanevano piuttosto sclerotizzate, quando si sviluppavano discipline nuove come psicologia e sociologia, ma dagli sbocchi aleatori. Tale inquietudine nutriva la contestazione basata su una cultura marxista contro la cosiddetta cultura “borghese”. Sopratutto il Maggio ’68 resta una contestazione generale preparata negli anni 60 dal movimento hippies: morale (rivendicazione della libertà sessuale), e sopratutto di ogni autorità. Per questa ragione, colpì tutta la società in tutte le sue attività: il mondo economico, la politica, e anche la Chiesa che conobbe allora, e negli anni successivi, una crisi senza precedenti: crisi delle vocazioni, ma anche abbandono in massa degli studi dai seminaristi. In Italia la Cattolica di Milano fu la seconda delle università occupate.La crisi fu interpretata dal filosofo liberale Raymond Aron, come la ricerca di un’utopia, un psicodramma, e una commedia burlesca. L’aspetto forse più strano fu l’adesione di tanti giovani alle ideologie criminali uscite dal marxismo: trozkismo, maoismo, castrismo in un mondo di libertà, quando nello stesso tempo, dall’altra parte della cortina di ferro, i giovani sognavano la libertà “borghese”, e contestavano come a Praga, il potere comunista. Bandiere rosse a Roma, Bonn e Roma; carri armati dell’Armata Rossa a Praga : le immagini sottolineano l’assurdità storica del ’68 nell’Occidente.