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In attesa dell’Irlanda

Dal referendum del 12 giugno un segnale importante per l’Ue

Tre anni dopo, torna ad allungarsi sull’Europa l’ombra di un referendum. In Irlanda i cittadini saranno chiamati alle urne il 12 giugno per la ratifica del Trattato di Lisbona. In questo stesso periodo, nel 2005, i cittadini francesi (29 maggio) e olandesi (1° giugno) con i rispettivi voti popolari assestarono un doppio knock-out alla Costituzione Ue siglata nel 2004, ponendovi sopra una pietra tombale e dando uno scossone all’intero edificio comunitario. Le ragioni delle bocciature costituzionali sono state ampiamente dibattute. Certo dopo quella esperienza, l’istituto referendario ha assunto a livello europeo una impropria accezione negativa. Tanto che da allora viene invocato dagli antieuropeisti come un giudice supremo e un po’ arcigno, pronto a intralciare nuovamente l’integrazione di popoli e Stati. Integrazione che invece ha contribuito a dare al vecchio continente mezzo secolo di democrazia, pace e sviluppo.Negli ultimi tre anni l’Unione europea ha cercato dapprima di assorbire il colpo di quei “no”. Messa da parte la Costituzione, si sono pazientemente riannodati i fili di un processo che marcia su due piani, talvolta distanti tra loro: quello politico, affidato agli Stati membri e alle istituzioni di Strasburgo e Bruxelles; quello della progressiva costruzione di una “cittadinanza europea”, che passa attraverso la riduzione del gap tra istituzioni sovranazionali e cittadini. In questo caso è convinzione diffusa che occorra dar vita a una “Europa dei risultati”, in grado di far toccare con mano agli europei i vantaggi concreti dell’integrazione comunitaria. Resta il fatto che gli occhi di 500 milioni di cittadini Ue sono attualmente puntati sull’Irlanda, la quale ha compiuto, anche grazie alla sua adesione alla Comunità (1973), notevoli passi avanti sul piano economico e sociale. Al contempo Dublino ha portato nella “casa comune” un convinto spirito europeista, dimostrando coi fatti che l'”unità nella diversità” è, oltre che auspicabile, anche possibile ed effettivamente vantaggiosa. Ebbene, questo voto referendario si inserisce nell’iter di ratifica del Trattato di Lisbona, firmato nel dicembre scorso dai 27 e indicato come nuovo “quadro giuridico fondamentale” dell’Unione europea. Tutti gli Stati membri, tranne appunto l’Irlanda, hanno deciso di seguire la via parlamentare e 15 di essi hanno già provveduto a dare “semaforo verde”. Si ripresenta così la situazione del 2005: come era accaduto per la Costituzione, alla vigilia di questo referendum la maggioranza dei paesi (e la maggioranza dei cittadini) ha già espresso un convinto appoggio al Trattato. Se tutto dovesse procedere al meglio con il completamento delle ratifiche entro il 2008, la nuova “carta” entrerebbe in vigore il prossimo anno, a ridosso del voto per l’Europarlamento (4-7 giugno 2009). Agli elettori giungerebbe un segnale forte da una Europa credibile, vivace, vantaggiosa per tutti.Ma il condizionale è d’obbligo. L’iter è ora nelle mani di pochi milioni di elettori, sui quali grava una responsabilità ampia, che trascende il semplice “sì” o “no” a un Trattato. Tornano di nuovo in bilico il presente e il futuro della stessa Unione europea, del grande sogno avviato dai “padri fondatori” e proseguito, con alti e bassi, dal dopoguerra a oggi. I cittadini irlandesi sono naturalmente liberi di approvare o di ricusare il Trattato di riforma. Politicamente l’esito di quel voto avrà una rilevanza continentale e non esclusivamente nazionale. Per questo chi crede all’integrazione europea fa il tifo per un convinto e netto “sì” irlandese.