HENRY MANNING

Il libretto di Caroline

Pastore anglicano e sposato fu creato cardinale da Pio IX

“In questo libriccino la mia carissima moglie scriveva le sue preghiere e le sue meditazioni… Tutto il bene che posso avere compiuto, tutto ciò che di buono posso essere stato, lo devo a lei”. Con queste parole, alla fine della sua vita il card. Henry Edward Manning (1808-1892) rievocava Caroline Sargent, la giovane donna con la quale era stato felicemente, ma solo per pochi anni, sposato durante il suo ministero di pastore anglicano prima della conversione al cattolicesimo. A riproporre la figura di una donna quasi dimenticata, ma che esercitò una profonda influenza sulla personalità e sulla spiritualità del futuro cardinale, è Jonathan Luxmoore nell’ultimo numero della rivista inglese “The pastoral review”.Dal matrimonio alla morte. Quarta delle cinque figlie di John Sargent, rettore evangelico luterano di Lavington e Graffham, due villaggi sotto il South Downs, Caroline incontrò Manning nel gennaio 1833, quando questi, appena ordinato pastore anglicano, arrivò venticinquenne in veste di curato del rettore Sargent. “Temo che le signore di casa ti faranno oziare con loro tutto il giorno” lo aveva avvertito il suo tutore di Oxford, il futuro cardinale John Henry Newman. Tra i due giovani fu simpatia immediata, e quando pochi mesi dopo, in maggio, il padre di Caroline morì all’improvviso, Manning capì che quello era il suo posto. Dopo il matrimonio celebrato nel mese di novembre, iniziarono quattro anni felici, interrotti bruscamente dall’influenza polmonare di Caroline, presto degenerata in tubercolosi. “Cerco di mettere tutto nelle mani di Dio – scriveva intanto il giovane marito a Newman – ma è molto, molto difficile. Nessun uomo sa che significa vedere il desiderio del proprio cuore svanire a poco a poco”. Il 24 luglio 1837, a soli 25 anni, Caroline morì “come una bambina, senza soffrire o delirare”, raccontò Manning a Newman.La conversione. Il giovane pastore rimase a Lavington 14 anni, diventando nel frattempo arcidiacono di Chichester e “offendendo Newman – riferisce Luxmoore – con un sermone antipapale nel 1843”. Nel 1847, due anni dopo la conversione del card. Newman, per due volte incontrò in udienza in Vaticano Pio IX, rendendosi conto della “vitalità della Chiesa cattolica”, nella quale, nonostante fosse stato indicato come probabile futuro arcivescovo di Canterbury, venne ricevuto ufficialmente nell’aprile 1851. Dopo due mesi fu ri-ordinato prete. Nel 1865 venne nominato arcivescovo di Westminster, dieci anni dopo cardinale. Un amico del card. Newman, racconta ancora Luxmoore, “definiva scherzosamente la morte di Caroline la più grave calamità che avesse colpito la Chiesa inglese, rendendo Manning libero di fare carriera in quella cattolica”. Una perdita “necessaria”. Sono diverse, in realtà, le “letture” date dai biografi del cardinale alla figura della giovane Caroline e dell’atteggiamento di Manning nei suoi confronti. Alcuni, osserva Luxmoore, le riservano poco spazio o addirittura la ignorano; altri riferiscono che “dopo la sua morte Manning fu nei primi tempi inconsolabile” ma in seguito “sembrò cancellarne anche il ricordo”. Per altri, “la sua morte gli apparve la risposta ad un disegno divino”. Di Caroline, Manning conservò accuratamente il libriccino di preghiere e meditazioni, oltre alle lettere che gli furono rubate con i bagagli durante un viaggio a Roma del 1851. In quell’occasione, rammenta Luxmoore, “offrì l’allora enorme somma di 100 sterline per il ‘tesoro perduto'”. Più tardi avrebbe ammesso che “quella perdita era stata probabilmente necessaria per recidere tutti i suoi legami con la terra”.L’eredità spirituale della moglie. Qual è stata l’eredità spirituale della giovane moglie? Anzitutto, afferma l’autore dell’articolo citando le tesi dei biografi, “la calda fede evangelica della famiglia Sargent, che con la sua devozione ha contribuito ad approfondire la spiritualità” del giovane Manning, in origine “più vicina alla Chiesa anglicana”. “Il suo interesse per l’istruzione cristiana è in parte dovuto a Caroline, che aveva insegnato nella scuola parrocchiale e in occasione del Natale portava piccoli doni ai bambini di Lavington”. “Anche molto tempo dopo la sua morte, il giovane pastore rimase molto affezionato ai bambini – rammentavano nel villaggio – e avrebbe fatto qualsiasi cosa per loro”. “L’influenza di Caroline – prosegue Luxmoore – emerge anche dalla concezione di responsabilità sociale della Chiesa, che portò il futuro cardinale a prendere talora le difese degli agricoltori e dei pastori del villaggio”. Per i biografi “il matrimonio rese più profonda la sua umanità”; ma “gli insegnò anche il rigido controllo delle emozioni”. Il libriccino di preghiere e di meditazioni di Caroline, che sul letto di morte Manning consegnò al suo successore Herbert Vaughan, fu in realtà seppellito con lui. “Non è trascorso un giorno dalla sua morte – aveva confidato il morente a Vaughan – nel quale io non abbia pregato o meditato con questo libretto. Non saprei a chi altro lasciarlo”.