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Il mare che unisce

Europa e Mediterraneo: una nuova proposta in arrivo

La storia delle relazioni euromediterranee equivale per molti aspetti alla storia delle occasioni mancate. Nel 1995, anno di nascita del cosiddetto Processo di Barcellona “Euromed”, le ambizioni e le aspettative da esso generate erano molteplici e di grande respiro politico, economico e culturale: la nuova era di cooperazione tra l’Unione europea e i dodici Paesi della sponda Sud del Mediterraneo – sostenuta tra l’altro finanziariamente in maniera cospicua dai programmi “Meda” gestiti da Bruxelles in collaborazione con le autorità locali dei Paesi terzi beneficiari – intendeva fare di sviluppo, commercio, istruzione, democratizzazione e dialogo interculturale le parole d’ordine per la ritrovata pax mediterranea.Nel 2008, malgrado le parole d’ordine non siano – per fortuna – cambiate, la realtà non corrisponde alle aspettative di allora. Cause (colpe?) sono da attribuire ad entrambi i partner. Per parte comunitaria: politica estera problematica e mai univoca, attenzione maggiore all’allargamento all’Est europeo, pessima gestione dei programmi di cooperazione. Per parte africana e mediorientale: instabilità istituzionale, scarsa capacità di limitare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, conflitti regionali mai sopiti. In queste condizioni, il flop dei pogrammi “Meda” è stato inevitabile: i soldi sono andati persi e la “fiamma” del dialogo si è affievolita.Nessuno può negare, in ogni caso, che il Processo di Barcellona ha avuto il grande merito di far sedere attorno allo stesso tavolo governanti e popoli i quali – per un motivo o per un altro di ordine sia geopolitico sia cultural-religioso – fino ad allora avevano limitato i propri contatti allo stretto necessario sulla base del principio del “diplomaticamente corretto”, sostanzialmente a livello bilaterale e grazie ad input occasionali e volontaristici. Così come non si può misconoscere il nobile tentativo dell’Unione europea di avvicinare Nord e Sud, in nome del principio che “il Mare Mediterraneo non divide, ma unisce”. Così come va riconosciuto all’Europa il merito di aver posto in essere una nuova generazione di accordi di associazione, cooperazione e libero scambio vincolati a chiari (e regolamentati) impegni da parte dei beneficiari finali degli aiuti. Ciononostante, “Euromed” non è mai decollato. Le riunioni periodiche a livello parlamentare e governativo – accompagnate da dichiarazioni altisonanti cui raramente sono seguiti fatti concreti – si sono rivelate insufficienti: una cosa è mettere a disposizione il contenitore, tutt’altra trovare il contenuto. Ma il mondo è cambiato in fretta nel corso dell’ultimo decennio. E l’Europa ha compreso che deve cambiare in fretta – e in meglio – anche la cooperazione euromediterranea. E più di tutti l’hanno compreso i Paesi europei rivieraschi, veri attori del partenariato.Non è un caso che – in piena campagna elettorale per le elezioni presidenziali francesi – nell’ottobre dell’anno scorso Nicolas Sarkozy abbia lanciato dal Marocco la proposta di costituire l’Unione euro-mediterranea. Nell’intento iniziale dell’attuale presidente francese, al progetto avrebbero dovuto partecipare gli Stati e i popoli che si affacciano sul Mediterraneo. Comprensibilmente, la reazione degli Stati del Nord e dell’Est europeo (in primis la Germania di Angela Merkel) è stata risentita e negativa: o partecipano tutti gli Stati membri, oppure non se ne fa niente. A tal punto che la discussione in merito è stata sostanzialmente depennata dall’ordine del giorno del Consiglio europeo di primavera. Francia, Italia, Spagna e Grecia non si sono fatte pregare, e si sono allineate: l’Unione euro-mediterranea è ora una proposta congiunta di tutti gli Stati membri, che sarà discussa nel corso del prossimo Vertice Ue di fine giugno e che sarà oggetto di un apposito incontro dei capi di Stato e di Governo di tutti i Paesi “Euromed” convocato il 13 luglio a Parigi sotto presidenza francese. Si tratta di una proposta positiva, dal momento che parte dal presupposto che solo Istituzioni comuni e permanenti siano in grado di creare sodalizi a loro volta comuni e permanenti. Per poi mantenerli, gestirli e migliorarli. Specularmente a quanto è accaduto con successo per le Comunità europee. Vincolare le autorità nazionali e locali delle due parti a progettare e gestire assieme politiche e programmi di sviluppo equivale in sostanza a creare un tutt’uno dal Baltico al Maghreb, dal Portogallo alla Palestina. Con al centro il Mediterraneo (le sue coste e le sue isole), potenzialmente chiamato a rivestire l’antico e per troppo tempo sopito ruolo di mare di contatti e commerci. Per il dialogo e la pace dei suoi popoli, oggi e soprattutto domani.