TRATTA
Religiose contro il traffico di donne e minori anche in Europa
“La tratta delle persone è uno dei drammi del nostro tempo. Ci appelliamo ai capi di stato e di governo, alle organizzazioni internazionali, a tutti gli uomini di buona volontà per un impegno globale per stroncare una piaga e una vergogna dell’umanità”. È l’appello emerso a conclusione del Congresso internazionale “Religiose in rete contro la tratta”, che dal 2 al 6 giugno ha riunito a Roma 52 suore di 20 Paesi e 31 congregazioni diverse. Il Congresso era organizzato dalla Unione internazionale delle superiore generali (Uisg, che riunisce 900 superiori di congregazioni religiose femminili in rappresentanza di 800 mila suore cattoliche) e dalla Organizzazione internazionale delle Migrazioni, partner delle religiose per i corsi di formazione organizzati dal 2004 per 400 suore in tutto il mondo. Le religiose rilevano che “le politiche statali non fanno abbastanza per strappare le donne dalla strada”: semmai, “ogni stretta repressiva contro l’emigrazione non fa altro che dare nuova linfa al traffico illegale”. Le suore rinnovano il loro impegno per il futuro, “con iniziative comuni e di sensibilizzazione”, con “un maggiore coordinamento e ulteriore lavoro in rete”. Abbiamo raccolto alcune voci ed esperienze europee.Adolescenti a rischio. In Romania i più rischio sono ora i bambini e gli adolescenti, maschi e femmine, rimasti in patria affidati ai parenti, mentre i genitori sono emigrati. “È una intera generazione che sta crescendo e che sogna di andare all’estero. Rischiano di cadere nelle mani dei trafficanti”. Lo racconta a SIR Europa suor Raquel Dias Flores, carmelitana missionaria, che vive a Bucarest e fa parte di un gruppo di lavoro contro la tratta composto da 6 congregazioni e 8 religiose. Con 3 consorelle fa lavoro di prevenzione e sensibilizzazione nel mondo cattolico, soprattutto nelle zone rurali. Accolgono le ragazze che tornano in patria dopo essere sfuggite alla tratta, offrendo un appoggio umano e spirituale. “Le ragazze hanno momenti difficili, bisogna appoggiarle sempre, anche quando stanno male – afferma -. Devono sentirsi protagoniste della loro vita, sapere che finalmente sono persone libere”. All’inizio molte non sanno a cosa vanno incontro. “Altre lo immaginano – dice – ma partono lo stesso per mandare soldi alla famiglia. Ma non sanno che saranno violentate, picchiate, che rischieranno la morte”. Ingiuste discriminazioni. Anche il teatro può essere un mezzo per raccontare i rischi della tratta. Accade in Albania, dove lavora suor Josefina Rojo Rabadan, della Compagnia di Maria S.N., in un progetto di sensibilizzazione condotto da Caritas Albania. “In 3 anni abbiamo raggiunto 5 diocesi su 6 e coinvolto anche i laici. Abbiamo pensato ad uno spettacolo teatrale perché i ragazzi albanesi amano molto recitare. Vorremmo realizzarlo in tutte le diocesi e fare una rappresentazione a Tirana il 18 ottobre, giornata mondiale contro il traffico di esseri umani. Faremo inoltre attività nei campi estivi e nei gruppi di donne”. La difficoltà maggiore è lo scontro con i pregiudizi delle famiglie. “Quando le ragazze tornano vivono un secondo trauma perché nessuno le accoglie – racconta suor Josefina -. Così rischiano di finire di nuovo nel traffico. Purtroppo c’è una differenza tra uomini e donne. Se i maschi trafficanti sono stati in carcere vengono riaccolti in famiglia. Le donne no”.Clima di famiglia. In Spagna , dice suor Aurelia Agredano, spagnola, delle Adoratrici Ancelle del SS.mo Sacramento e della Carità, nelle tre case di accoglienza sono passate una cinquantina di donne, ma sono in contatto con circa 300. “Il percorso di liberazione delle ragazze dura circa 2 anni – spiega suor Aurelia – e non è semplice. All’inizio facciamo sensibilizzazione nelle questure, nei centri per immigrati, per donne, nelle ambasciate. Dopo averle avvicinate seguiamo un protocollo con interviste, accompagnamento nella denuncia degli sfruttatori (ma non è obbligatorio), appoggio familiare o sociale a chi ne è privo. Nelle case di accoglienza viviamo insieme a loro, cercando di creare un clima di famiglia”. Al termine del percorso le ragazze possono decidere se rientrare in patria o se restare nel Paese d’accoglienza. “In questo caso – precisa – diamo l’opportunità di studiare la lingua, formarsi e cercare un lavoro”.Meglio prevenire. In Olanda il medico missionario Elma Van Den Nouland, della Srtv (Stichting religieuzen tegen vrouwenhandel), lavora nella Fondazione delle religiose contro il traffico di esseri umani, promossa da diverse congregazioni. “Il nostro obiettivo principale è la prevenzione – spiega -. Andiamo nelle scuole, parliamo a gruppi di donne, nelle università, stampiamo brochure in diverse lingue che distribuiamo anche nei Paesi di provenienza delle ragazze. Poi aiutiamo le donne nei rimpatri, con gruppi di suore che hanno case di accoglienza e microcredito nei Paesi di origine. Se le donne hanno la possibilità di lavorare nei loro Paesi non rischieranno di finire nella tratta”.