COMECE - KEK
Quattro seminari per favorire il dialogo interculturale in Europa
Con la crescita del flusso migratorio, gli europei devono imparare a coesistere con popoli di provenienze culturali ed origini religiose diverse. Alla luce di questa consapevolezza e per rafforzare “la coesione sociale e la pace civile in Europa”, l’Unione Europea ha dichiarato il 2008 l'”Anno europeo del dialogo interculturale”. Un importante aspetto di questa crescente diversità è il numero sempre più consistente delle persone di origine musulmana in un’area geografica a maggioranza tradizionalmente cristiana. Per questo, come contributo all’Anno europeo del dialogo interculturale, la Comece (Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità Europea) e la Commissione “Chiesa e Società” (della Kek) e la Fondazione Konrad Adenauer (Kas), in collaborazione con partner musulmani, stanno organizzando una serie di seminari sul tema generale “Islam, Cristianesimo ed Europa”. I 4 seminari messi in calendario si tengono nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles e tratteranno i seguenti temi specifici: “Dialogo interculturale: in risposta a quale problemi? (17 aprile); “Vivibilità della religione nello spazio pubblico europeo: la questione dei luoghi di culto e dei simboli religiosi nel vestire” (29 maggio); “Europa cristiana e Islam in Europa” (3 luglio); “Le relazioni esterne dell’Unione Europea con i Paesi musulmani” (11 settembre). Dialogo interculturale e la presenza musulmana in Europa.“L’Unione europea deve essere molto più che uno spazio economico”. Con queste parole Rüdiger Noll, direttore della Commissione Kek, ha aperto il primo dei 4 seminari spiegandone la natura e gli obiettivi. Ed ha aggiunto: ” Il progetto europeo deve essere un progetto dei e per i cittadini. Deve essere un progetto fondato su valori comunemente condivisi. Ecco perché l’Anno europeo del Dialogo Interculturale è così importante”. Ural Manço, sociologo delle religioni alla facoltà universitaria di Saint-Louis (Bruxelles) ha analizzato la situazione dei musulmani in Europa occidentale negli ultimi 50 anni. Una migrazione – ha detto – cominciata negli anni ’60 quando “l’Europa del dopo guerra necessitava di manodopera”. Con la crisi economica degli anni ’70 “i musulmani hanno gradualmente perso la legittimità della loro presenza in Europa”. Poi “lo choc arrivato quando i figli di questi migranti non sono stati in grado di raggiungere la sperata promozione sociale nonostante i genitori si fossero dati da fare per ben educarli e integrarli nel mercato del lavoro. Molti di loro invece si sono ritrovati senza particolari qualifiche professionali, o impiegati in lavori di basso livello, o addirittura disoccupati. In queste precarie situazioni, per alcuni musulmani la religione è diventata un modo per riguadagnare quel riconoscimento che non hanno potuto ottenere attraverso i meriti professionali”. La domanda di “riconoscimento” sociale spesso di traduce nella richiesta di diritti, primo tra tutti la libertà di religione sebbene “molti musulmani siano pronti ad ammettere che in Europa sono liberi di vivere la loro religione in maniera migliore rispetto a quanto avrebbero potuto fare nei loro paesi di origine”. Le religioni nello “spazio pubblico europeo”.La costruzione delle moschee nelle città europee e l’uso del velo islamici hanno agito come dei veri e propri catalizzatori nel dibattito pubblico europeo riguardo a temi come la libertà di religione, l’accettazione del cambiamento, il rispetto per la differenze,, il principio di laicità. Di “visibilità” del fenomeno religioso nello spazio pubblico si è parlato il 29 maggio al secondo seminario. Sebbene i Paesi europei siano dotati di regimi giuridici che garantiscono la libertà religiosa, e quindi la libertà di culto, la questione è sempre più controversa. Soprattutto la costruzione di luoghi di culto musulmani suscita resistenze e contrarietà in numerose città del continente. Secondo la sociologa Chantal Saint-Blancat, “la costruzione delle moschee rappresenta un chiaro esempio di quanto sia delicato il processo di normalizzazione del pluralismo in Europa”. “La costruzione di nuovi luoghi di culto sovverte lo spazio urbano a noi familiare. Dimostra in maniera chiara e visibile l’esistenza di gruppi culturalmente diversi da noi”. La sociologa fa notare che ci sono gruppi religiosi accolti con maggiore tolleranza, come per esempio i sikh rispetto i musulmani. Sta di fatto che “la costruzione di moschee serve spesso da simbolo catalizzatore per manifestare paure inespresse e inconfessate per l’Altro”. Intervenendo al seminario l’imam Yahya Sergio Pallavicini, vicepresidente della Comunità religiosa islamica d’Italia, ha rammentato che “la maggior parte delle grandi moschee erette nelle capitali europee è stata finanziata dall’Arabia saudita” ed ha auspicato che “le moschee rimangano luoghi di culto e non luoghi di propaganda politica” e che la leadership musulmana europea si faccia promotrice della questione della formazione degli imam e del finanziamento straniero alle moschee.