LAZIO

L’uomo delle parti

Il mediatore interculturale

“Il mediatore interculturale svolge attività di mediazione tra cittadini immigrati e la società locale, promuovendo, sostenendo e accompagnando le parti: nella rimozione delle barriere culturali e linguistiche; nella promozione sul territorio della cultura di accoglienza e dell’integrazione socio-economica; nella conoscenza e nella pratica dei diritti e dei doveri vigenti in Italia, in particolare nell’accesso e nella fruizione dei servizi pubblici e privati”. Questo il ruolo del mediatore interculturale, come delineato da una recente delibera varata dalla Giunta regionale del Lazio. Nel testo si stabilisce che il mediatore, che è “solitamente un immigrato o comunque una persona che, per esperienza di migrazione o di prolungata residenza all’estero, conosce i codici linguistici e culturali della popolazione migrante di riferimento”, collabori “con organismi ed istituzioni, pubblici e privati, nel processo di adeguamento delle prestazioni offerte all’utenza immigrata”.Norme chiare e omogenee. “Un progetto formativo complessivamente condivisibile”. Ad affermarlo è Paolo Morozzo della Rocca, direttore del corso per i mediatori culturali della Comunità di Sant’Egidio. Morozzo della Rocca ricorda come la figura professionale del mediatore culturale fu definita, ma non disciplinata, dal decreto legislativo 286/1998: “Una norma che ha messo al centro la figura dell’immigrato. Da allora non ci sono stati altri interventi legislativi: c’è stata una crescita selvaggia di corsi fatti senza criteri univoci. La delibera della Giunta regionale si colloca in un cammino che vede l’assenza di una legislazione nazionale. Le Regioni hanno cominciato a muoversi perché competenti in materia di formazione professionale”. Ad avviso dell’esponente della Comunità di Sant’Egidio “bisogna scoprire due livelli di mediazione: operativo, per il quale è necessario un vissuto da migrante; di approfondimento teorico, che può essere svolto a livello accademico”. Positivo anche il giudizio in merito alla scelta di individuare principalmente negli immigrati i mediatori culturali: “Così si valorizzano gli immigrati, ma comunque non significa assolutamente che gli italiani siano esclusi da questo progetto”. È comunque “necessaria una normativa chiara e omogenea” che quindi “dia garanzie”. Il testo della delibera evidenzia “miglioramenti rispetto a precedenti bozze – afferma – perché nel corso di formazione sono state inserite materie rilevanti, come la letteratura, la cultura italiana, il diritto costituzionale e del lavoro”. In sostanza “è passata l’idea che una professione di relazione debba avere competenze giuridiche e sociali umanistiche per muoversi in una quadro di un’educazione civica comune”.Non solo un “ponte”. “Il mediatore culturale deve essere riconosciuto come un lavoro a tempo pieno e non come un secondo lavoro”. Ad affermarlo è Karolina Peric, componente del direttivo del Forum per l’intercultura della Caritas diocesana di Roma, nonché vicepresidente dell’associazione culturale “Suamox”, che opera nel settore. “Si tratta di una delibera importante – afferma Peric – perché finalmente è stato fatto concretamente qualcosa verso il riconoscimento della figura del mediatore”. Difetto della delibera è che “attribuisce al mediatore prevalentemente il compito di fungere da ponte tra le istituzioni e lo straniero. È invece importante che funga da comunicatore con il cittadino su ciò che rappresenta il fenomeno migratorio: possiamo infatti rendere le istituzioni più accoglienti e fruibili per gli stranieri, ma se la società gli è ostile, allora abbiamo fatto ben poco”. Secondo Peric, quindi, “il ruolo fondamentale del mediatore è quello di sensibilizzatore e comunicatore con il cittadino. Una funzione appena accennata nella delibera, mentre sul piano della sensibilizzazione c’è tanto da fare”. A mediatori e stranieri, inoltre, “deve essere data voce. È necessario rovesciare il luogo comune dell’immigrato portatore di guai e problemi, mostrando i tanti esempi positivi di immigrazione e integrazione”. In merito al fatto che nella delibera si afferma che il mediatore sia solitamente un immigrato, Peric vede un rischio: “Che sia italiano o straniero è irrilevante. Non conta la sua provenienza ma che abbia una competenza e una formazione specifiche. Stabilire a priori se debba essere o meno italiano, rischia di portare ad una forma di discriminazione. In certi casi, però, come nella prima accoglienza e nella mediazione linguistica, probabilmente se il mediatore è uno straniero è meglio perché conosce la lingua e i costumi dell’immigrato”. Formazione professionale è, però, necessaria anche per “gli operatori che forniscono il servizio pubblico: spesso questi hanno più bisogno di informazione sulla vita e i bisogni dell’immigrato”. Altro problema che affligge il mediatore culturale sono le “scarse reali opportunità di lavoro: è necessario un inquadramento e un riconoscimento professionale. Regolamentare tutto è necessario e positivo”.a cura di Alessia Meloni(27 giugno 2008)