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Il turno di Sarkozy

Dal 1° luglio la presidenza francese del Consiglio europeo

Di sicuro Nicolas Sarkozy sperava di giungere in cima all’Europa comunitaria in tutt’altro momento. Per dare il giusto passo ai Ventisette, per rilanciare la propria immagine interna. E per guadagnarsi un posto tra i Grandi del mondo rafforzando la statura internazionale dell’Eliseo, in un momento in cui i “colleghi” più temibili, Angela Merkel e Gordon Brown, si dibattono fra molteplici problemi domestici.Invece il semestre della presidenza di turno francese del Consiglio Ue (1° luglio – 31 dicembre 2008) esordisce in un frangente carico di tensioni. La delicata situazione economica del Vecchio continente è sotto gli occhi di tutti. A questa si aggiungono gli imprevisti ostacoli al processo di ratifica del Trattato di Lisbona emersi con il “no” irlandese e sanciti dal summit del 19 e 20 giugno. I leader europei, riuniti a Bruxelles, non hanno potuto far altro che prendere atto di questa difficoltà, invitando i Paesi che devono ancora approvare il Trattato a provvedere al più presto e rimandando ogni decisione al vertice del 15 ottobre, sotto la regia di Sarkozy. Il quale aveva probabilmente pensato di arrivare a questo punto con l’iter delle ratifiche in discesa, per potersi dedicare con tutta tranquillità alla definizione delle poltrone Ue, che interessano la Francia non meno degli altri Stati membri.Se il Trattato avesse dovuto entrare in vigore, come previsto, il 1° gennaio 2009, si sarebbe dovuto scegliere in questo periodo il prossimo presidente “stabile” del Consiglio Ue, in carica per due anni e mezzo e l’Alto commissario per le relazioni esterne, cui spetterà anche il ruolo di vicepresidente della Commissione. Nel carnet delle nomine sarebbero inoltre rientrati il presidente del prossimo Parlamento Ue, che rimane in funzione per metà legislatura, e il suo successore; nonché il futuro presidente della Commissione, visto che il mandato di Barroso scadrà nel novembre 2009.Con il Trattato in alto mare, il capitolo delle nomine sembra raffreddarsi. Mentre la questione istituzionale, tornata d’attualità, sta togliendo appeal a un progetto per il quale Sarkozy si era speso in prima persona: ossia il rilancio del Processo di Barcellona. Il supervertice fissato a Parigi il 13 luglio per ridar fiato a tale iniziativa, ribattezzata Unione per il Mediterraneo, oggi appare sia ai Paesi Ue che ai partner mediterranei un appuntamento di minor interesse.Non ultimo, l’ impasse che ruota attorno alla bocciatura del Trattato da parte degli irlandesi (esattamente come tre anni fa francesi e olandesi avevano affondato la Costituzione Ue), rischia di distogliere i Ventisette dall'”Europa dei risultati”. Ovvero dal perseguire quei benefici in campo economico, sociale, geopolitico, della sicurezza o della tutela dei consumatori che, più dei trattati e degli ideali europeisti, potrebbero avvicinare i cittadini alla “casa comune”.Proprio l’ultimo summit ha dimostrato che, allungandosi l’ombra del “no” irlandese al Trattato, l’Ue non è stata nemmeno in grado di abbozzare una risposta comune alla escalation dei prezzi dei generi alimentari e del petrolio. Figuriamoci se si dovessero assumere decisioni di rilievo su energia, mutamenti climatici, immigrazione, concorrenza ai prodotti cinesi, Kosovo…Ci vorranno tutto il savoir faire e l’abilità politica (e non gliene manca) di Sarkozy per convincere l’Europa a uno scatto in avanti. Ma per far questo, per dimostrarsi leader di statura europea, il presidente francese dovrà mettere da parte un po’ di nazionalismo e farsi paladino dell’Europa comunitaria. Una bella scommessa, per lui e per l’Unione europea.