Un anticonformista

ANNO PAOLINO

“Un pastore esemplare proprio perché è stato un essere umano del tutto credibile, al quale è soltanto capitato di innamorarsi di Cristo”. Non sarebbe male se “potessimo somigliargli almeno un po’”. Così Nicholas King, gesuita e docente all’Università di Oxford, nel numero di luglio-agosto del periodico inglese “The pastoral review”, in occasione dell’Anno Paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) propone l’Apostolo delle genti come modello per i pastori di oggi. Presentiamo alcuni spunti della sua riflessione.

Tre aspetti “originali”… A differenza di Cristo e dei primi apostoli che, “pur non essendo contadini, erano molto vicini alla natura”, e pertanto “per descrivere la comunità cristiana” utilizzavano spesso “l’immagine asimmetrica” degli “animali e di chi se ne prende cura”, Paolo “si sentiva più a casa nelle indaffarate città greche e nei porti del Mediterraneo”, per questo in lui sono rare le “immagini a sfondo rurale”, mentre non mancano metafore tratte dal “mondo militare” e “dalla coltivazione delle vigne”. Questo, per King, è il primo dei tre “aspetti originali” individuati nell’Apostolo delle genti. Il secondo consiste nell’approccio “in qualche modo austero” di Paolo all’apostolato: egli – sottolinea l’autore dell’articolo – “è stato capace di minacciare i Corinzi di punizioni corporali se non avessero mostrato maggiore rispetto verso il suo inviato Timoteo”. E ancora: nella Lettera ai Galati “urla a squarciagola – come indubbiamente molti pastori sono stati tentati di fare – «stupidi»” per “le loro incertezze sulla sua versione del Vangelo”, non conformandosi così “a ciò che normalmente si considera un modello di pastore”. Ma l’aspetto “forse più strano”, sottolinea King, è il rifiuto da parte dell’Apostolo di accettare denaro “per quanto faceva, atteggiamento che gli attirò diverse critiche”. Paolo, che “era ciò che oggi sarebbe considerato in alcune chiese un «ministro non stipendiato»”, affermava: “Qual è il mio salario? Quando predico la buona novella, dovrei offrirla gratis… E sebbene io sia libero da obblighi verso tutti, mi sono fatto schiavo di tutti per convincere sempre più gente”. Secondo il gesuita, l’Apostolo avvertiva “l’imperativo assoluto di predicare la buona novella”, e parlando di sé si descriveva come affetto da una “compulsione” che lo costringeva all’annuncio del Vangelo.

e tre qualità di San Paolo. “La freschezza e la novità del suo messaggio – osserva ancora King – dimostravano che esso andava al di là di ogni prezzo”: a muovere Paolo era “l’amore incondizionato per Dio”. Da questo discende il profondo affetto per “i cristiani che aveva raccolto nelle diverse città del Mediterraneo da lui visitate”; la prima – per l’autore dell’articolo – delle “tre qualità” anche di un autentico pastore dei nostri tempi. Non sarebbe possibile cogliere pienamente la “fortissima personalità” e la “creativa mente teologica” dell’Apostolo se non si rammentasse un suo rimprovero ai Corinzi accompagnato dalla precisazione: “Vi sto scrivendo… come a carissimi figli da ammonire. Perché potete avere molti maestri in Cristo, ma non altrettanti padri: in Cristo e attraverso il Vangelo sono io che vi ho fatto da padre”. “Un semplice bagaglio di principi di base” è quello che caratterizza San Paolo, che dimostra inoltre di “saper pensare con i piedi per terra”: quando risponde a “questioni relativamente banali” della vita quotidiana, come “quelle riguardanti il momento adatto e il luogo per purificare gli oggetti sacri, o il dove scambiarsi il segno della pace”, o interviene sulle divisioni della comunità o in materia di morale sessuale, lo fa sempre “con grande saggezza”. Infine, “il suo ritornare sempre a Cristo” in ogni situazione o problema “dell’attività pastorale”.

La parola d’ordine. “Ritornare a Cristo: per un pastore dei nostri giorni e di ogni tempo – sottolinea King – non vi può essere parola d’ordine migliore. Questo è il motivo dell’irritazione” dell’Apostolo con i Corinzi: “avevano distolto lo sguardo dal traguardo, mentre i Galati si erano dimenticati di Gesù nei loro propositi di ritornare all’osservanza della Legge. Per questo egli perse le staffe”. Quando Paolo chiede ai Corinzi e ai Tessalonicesi di imitarlo – precisa King – “non è per presunzione, ma perché ha incentrato la sua vita su Cristo, e anch’essi avrebbero dovuto farlo per dare senso alla loro vita”. “Questo servo di Dio intensamente umano, irritabile e orgoglioso, talvolta eccessivo, è un apostolo profondamente affezionato, che ama i suoi cristiani proprio perché essi rispecchiano il mistero dell’amore di Dio in Cristo”; non sarebbe male – conclude l’autore dell’articolo, se “potessimo “somigliargli almeno un po’”.

(08 luglio 2008)