ANNO PAOLINO
Un intero biennio pastorale (2008-2010) “sulle orme di Paolo”, con “riflessioni, approfondimenti biblici e teologici, indicazioni pratiche sull’educare cristiano” che assume come punto di riferimento le Lettere di san Paolo. È la scelta della diocesi di Como, che ha aperto l’Anno Paolino con l’intento di trovare nell’apostolo delle genti “un maestro e un modello ispiratore, per riscoprire il volto genuino e le coordinate fondamentali dell’educare cristiano”. Il nuovo piano pastorale, dal titolo “Il Maestro è qui… e ti chiama” – informa il settimanale della diocesi – è un testo elaborato a più mani, frutto di una “fase sinodale” durata un anno che ha permesso di raccogliere circa 150 contributi, suggerimenti, segnalazioni da parrocchie, gruppi, associazioni.
Il documento “riparte” dalla concretezza degli ambiti del Convegno di Verona del 2006 e mantiene sullo sfondo l’eredità del Concilio Vaticano II, “così attuale e in larga parte ancora da recepire e attuare”. Indicazioni, quelle conciliari, preziose anche per “sintonizzarsi” sulla cosiddetta “emergenza educativa”, che inserisce la diocesi di Como nel cammino più grande della Chiesa italiana, sulla scorta delle indicazioni del Papa. “Abbiamo scritto questo testo – spiega mons. Diego Coletti, vescovo di Como – pensando all’importanza di conciliare la parte teorica con le necessità della concretezza”. Referente privilegiata del piano pastorale è la famiglia, a partire dalla consapevolezza – spiega il presule – che “l’educazione piena non è un addestramento, ma un incontro di relazioni vere tra persone. Non si finisce mai di educare e per il futuro c’è un gran bisogno di speranza e di progettualità”. Di qui il senso del “motto” del piano pastorale: “Ogni traguardo è un inizio: ripartire sempre”.
“Di corsa, per passione”. “Lanciarci nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, centro e fine ultimo della nostra fede”. Mons. Coletti, nell’introduzione, prende dalla Lettera agli Ebrei lo spunto per delineare la concezione dell’educazione intesa in senso paolino. Educare, in questa prospettiva, significa “condividere in modo vitale, liberante e significativo, la ricchezza e la bellezza della verità di Dio e dell’uomo che rifulge sul volto di Cristo. Un compito oggi difficile, ma una passione che deve rinnovarsi ogni volta, anche di fronte a sconfitte o apparenti sterilità”. Cominciando dall’educare noi stessi.
Il fascino segreto del “progetto”. “L’uomo di oggi – si legge nella «lettura ragionata» del piano pastorale elaborata dal Settimanale della diocesi di Como – facilmente si reclina sul presente, appagato dalle sirene del consumo; implode sull’attimo fuggente; perde la memoria del passato e azzarda solo un futuro di piccolo cabotaggio”. La scelta della diocesi è invece quella di parlargli di “strada”, “progetto”, “vocazione”, “méta”, come “grande servizio educativo”. Per ricordare all’uomo di oggi, tramite un “compagno di strada” come Paolo, che “un progetto di vita serio, coraggioso, articolato, scandito, non è affatto oppressivo e totalitario, al contrario è gioioso e liberante. Solo apparentemente la debolezza dei progetti di vita – tanto gradita agli uomini del nostro tempo – sembra essere più riguardosa della libertà personale, più rispettosa dell’altro, più capace di flessibilità, più attenta alla revocabilità delle decisioni. In realtà è semplicemente più povera, più triste, più disperata”.
La “bellezza” come méta. La “bellezza” è il trascendentale “più importante e decisivo dell’esperienza cristiana”: i grandi obiettivi dell’educazione cristiana, nel piano pastorale comasco, sono ricondotti alla triplice méta della “verità”, del “bene morale” e del “servizio al mondo”. Di qui la centralità dei tre “fronti caldi” dell’educazione alla fede (la verità), dell’educazione morale-affettiva (il bene), e dell’educazione alla socialità e alla cittadinanza civile (il servizio).
Il tempo e le emozioni. Una “passione” caratteristica del nostro tempo è quella per le “emozioni”, si legge nella parte del piano pastorale dedicata ad un’analisi dello scenario culturale attuale. Un’epoca che “consuma emozioni” è una provocazione, dal punto di vista educativo: “Le emozioni devono tornare ad essere luoghi di libertà, cioè di responsabilità, di consumo. Consumate, passano in fretta, e lasciano nell’anima il veleno della noia e dell’inquietudine. Vissute, invece, rappresentano la fioritura e l’esultanza della libertà. Le emozioni non sono altro che le vibrazioni profonde prodotte, nel soggetto, da una relazione; proprio da lì – dalla relazione – esse traggono un volto, un senso, una verità”. Il segreto dell’educatore, dunque, sta nella capacità di “dare tempo”, che in senso cristiano significa non solo “saper attendere”, ma “agire con passione e speranza in ogni momento. Fretta, pretesa di efficienza immediata, frenesia del risultato visibile e verificabile possono vanificare la reale efficacia di un’azione educativa”.
(09 luglio 2008)