Il visto negato

GMG 2008

“Il sogno dei giovani cristiani iracheni sarebbe quello di partecipare alla prossima Gmg in Australia. Una partecipazione che avrebbe un alto valore simbolico”. Così, nel marzo del 2007, padre Rayan P.Atto, parroco della chiesa di Mar Qardagh ad Erbil, sognava la partecipazione di giovani iracheni a Sydney; oggi, a più di un anno di distanza ma a meno di dieci giorni dall’inizio della Gmg, il sogno si è infranto. Padre Atto spiega il perché in un’intervista al sito Baghdadhope: “La scorsa settimana l’Ambasciata australiana di Amman cui avevamo fatto riferimento per le pratiche burocratiche necessarie alla partecipazione alla Gmg ha riferito a padre Bashar Warda, il nostro capogruppo, che i visti sono stati negati”.

Un timore infondato. Secondo il sacerdote caldeo, alla base della decisione “il timore che qualche partecipante della delegazione irachena possa non far ritorno in patria e chiedere rifugio in Australia”. Un timore infondato, afferma Atto, poiché “partecipare alla Gmg di Sydney per i giovani iracheni cristiani non era un sistema per lasciare il Paese. La maggior parte degli iscritti al gruppo viene dal Nord dell’Iraq, una zona tranquilla, non ha ragione di fuggire e certo non l’avrebbero fatto sfruttando un’occasione legata alla fede”. Dal canto suo, sempre secondo quanto riferisce il sacerdote, “l’Ambasciata di Amman ha proposto di rilasciare solo 10 visti, ma come si fa a ridurre un gruppo di quasi 170 persone a 10? Padre Bashar, a sua volta, ha chiesto che almeno vengano rilasciati i visti ai sacerdoti, ma a questo punto se anche avessi il visto in mano non andrei. Come potrei lasciare i giovani della mia parrocchia che tanto hanno sognato questa occasione?”. I giovani, tuttavia, non demordono e, tra il 25 e il 30 luglio, hanno organizzato un campeggio presso il lago Dokan, vicino a Sulemaniya: “Staremo insieme, canteremo, pregheremo, anche se non potremo fare a meno di pensare all’occasione perduta. Sarebbe stato veramente bello poter mostrare al mondo la fede che anima i nostri giovani”.

Grande tristezza. “Il mancato rilascio dei visti di ingresso ai giovani iracheni per partecipare alla Giornata mondiale della gioventù rappresenta un motivo di grande tristezza”, dichiara mons. Jibrail Kassab, vescovo caldeo dell’eparchia di Oceania e Nuova Zelanda. “Sarebbe stato un momento di grande condivisione di fede – afferma mons. Kassab – da cui avrebbero tratto giovamento tantissimi giovani, non solo iracheni. Purtroppo, motivi probabilmente politici lo hanno impedito”. Nonostante ciò, la presenza irachena non mancherà, anche se sarà garantita dagli emigrati che vivono in Australia, Usa ed Europa, per un totale di circa 700 persone. Tristezza anche da parte di Tara Najjar, della delegazione irachena: “Le richieste di visto erano state inoltrate ancor prima della fine dello scorso anno, presso l’Ambasciata di Amman, ma non c’è stato niente da fare. Non credo che i sacerdoti e seminaristi iracheni avrebbero chiesto asilo politico all’Australia una volta entrati. Volevano solo pregare e condividere la loro fede con altri giovani”.

Proclamare l’unità della Chiesa. In Australia sono, tuttavia, presenti numerosi giovani provenienti da aree di “crisi”, dalla Terra Santa a Paesi arabi dove professare la fede cristiana non è semplice. “Siamo qui per essere testimoni del principe della pace e per condividere la nostra voglia di pace. C’è in noi il forte desiderio d’incontrare giovani cristiani di tutto il mondo e condividere con loro il nostro essere minoranza”. Così Wissam S.Mansour, responsabile della pastorale giovanile del vicariato latino in Giordania, spiega il senso della presenza di una delegazione di 47 giovani dalla Terra Santa (20 dalla Giordania, 13 dalla Palestina e 14 da Israele). “Siamo qui – dice – per proclamare l’unità della Chiesa che qui è presente. Se la Terra Santa è veramente la Chiesa madre, allora noi dobbiamo stare qui per ritornare testimoni, orgogliosi della nostra fede anche se viviamo in condizione di minoranza. Ai giovani che incontriamo raccontiamo la bellezza e l’orgoglio di essere cristiani ed è la cosa che ci ripromettiamo di fare anche una volta tornati a casa”.

a cura degli inviati SIR a Sydney

(11 luglio 2008)