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Unione europea: dopo il referendum irlandese
Con un po’ di distanza dal referendum in Irlanda del 12 giugno vale la pena tornare sulla questione del perché. Perché il trattato di Lisbona, che conteneva una riforma importante dell’Unione europea per la democrazia e per l’efficienza, è stato bocciato da una maggioranza? Il referendum è uno strumento idoneo quando tratta progetti concreti comprensibili, che riguardano i cittadini in maniera diretta e su cui questi possono esprimere la propria opinione rispondendo con un sì o con un no; oggi è utilizzabile quasi esclusivamente a livello locale e regionale e molto raramente in contesto nazionale. Un referendum su di un trattato internazionale complesso e vasto spalanca le porte e i cancelli alla demagogia ed al populismo. I referendum in Francia e nei Paesi Bassi sul trattato costituzionale europeo di tre anni fa, così come oggi il referendum in Irlanda, hanno fornito abbondante materiale da cui trarre insegnamento. In tutti questi casi vi erano forze politiche estremiste che rappresentavano un’opinione pubblica non ben informata e che hanno potuto ottenere un “no” dato che avevano preferito la strada della propaganda a quella della verità.I referendum di questo tipo non hanno nulla a che fare con la democrazia, bensì con un democratismo e con una deformazione della democrazia che può basarsi su di un equivoco, senza cattive intenzioni, oppure su di una distorsione ideologica. Perché democrazia non significa che il popolo governa, ma che si governa per conto del popolo, dato che la democrazia rappresentativa o parlamentare è diventata la norma per le nostre società complesse; questa non esclude comunque forme di democrazia partecipativa o di collaborazione alla preparazione ed alla realizzazione delle decisioni da parte della società civile e dei cittadini impegnati.L’opposto della democrazia si ha sicuramente anche quando un membro di una grande comunità sovranazionale – per qualsiasi motivo – tramite la propria decisione non solo mette in discussione la volontà della maggioranza dei membri ma può addirittura bloccarla in maniera definitiva. In altre parole: un referendum popolare nazionale su di un trattato (od una costituzione) che riguarda l’ordinamento ed il futuro di una comunità sovranazionale è uno strumento del tutto inadeguato per la creazione di una volontà comune. Si tratta di uno strumento che si basa su di un vecchio pensiero politico e su di un’esperienza storica, ormai superato dal movimento di unificazione grazie al quale gli europei hanno risposto con successo alle guerre mondiali e alla globalizzazione. Il dilemma dell’Unione europea, manifestato anche dal referendum irlandese, è fondato sul fatto che il proprio sviluppo e la propria politica dipendono ancora molto da questo tipo di strumenti, che sono stati concepiti per un sistema politico di stati nazionali sovrani. Essi non solo non sono adeguati ma non hanno ormai alcun senso nei confronti della realtà del sistema politico post-nazionale, nel quale gli stati nazionali sono uniti in una federazione e la cui sovranità viene esercitata in maniera collettiva tramite istituzioni comuni. Strumenti come la dichiarazione di unanimità o la ratifica da parte dei rappresentanti degli stati membri dei progetti o dei trattati deliberati comunemente, applicati con procedimenti e tempi diversi, agiscono da corpi estranei. Frenano la formazione dell’opinione pubblica ed impediscono un approccio razionale alle problematiche, la cui risoluzione è necessaria nell’interesse degli europei.