La grande opera

GMG 2008

“Possano i giovani riuniti qui per la Giornata mondiale della gioventù avere il coraggio di divenire santi! Questo è ciò di cui ha bisogno il mondo, più di qualunque altra cosa”. Con questo auspicio Benedetto XVI ha concluso il discorso tenuto la mattina del 17 luglio in occasione della cerimonia di benvenuto, alla Government House di Sydney. “La Giornata mondiale della gioventù mi riempie di fiducia per il futuro della Chiesa e per il futuro del nostro mondo”, ha detto il Papa ai giovani definendo “una gioia essere con loro, pregare con loro e celebrare l’Eucaristia insieme con loro”. “Sin dalla prima Giornata mondiale della gioventù, nel 1986 – ha osservato -, è stato evidente che un numero vasto di giovani apprezza l’opportunità di ritrovarsi insieme per approfondire la propria fede in Cristo e condividere l’un l’altro un’esperienza gioiosa di comunione nella sua Chiesa”. I giovani oggi “sono di fronte ad una sconcertante varietà di scelte di vita”: di qui l’importanza dello Spirito, che “dona la saggezza per discernere il sentiero giusto ed il coraggio per percorrerlo” (cfr SIR Quotidiano su www.agensir.it)

Proteggere l’ambiente. Nel suo discorso, Benedetto XVI è tornato su uno degli spunti del messaggio inviato all’arrivo nel Paese, ribadendo che “le meraviglie della creazione di Dio ci ricordano la necessità di proteggere l’ambiente ed esercitare un’amministrazione responsabile dei beni della terra”. “L’Australia si sta seriamente impegnando per affrontare la propria responsabilità nel prendersi cura dell’ambiente naturale”, le parole del Pontefice, secondo il quale “alla stessa maniera, nei confronti dell’ambiente umano, questo Paese ha sostenuto generosamente operazioni internazionali per il mantenimento della pace, contribuendo alla risoluzione di conflitti nel Pacifico, nel Sud-est asiatico e altrove”. “A motivo delle molte tradizioni religiose rappresentate”, secondo il Papa, l’Australia è, inoltre, “un terreno particolarmente fertile per il dialogo ecumenico e interreligioso”. “Attendo con piacere – ha detto in proposito – di incontrare i rappresentanti locali delle diverse comunità cristiane e delle altre religioni”.

Il “retaggio” degli aborigeni. La Chiesa australiana, “oltre ad essere la più giovane tra le Chiese dei vari continenti, è anche una delle più cosmopolite”, visto che “fin dal primo insediamento europeo questo Paese è divenuto la dimora non solo di generazioni di emigranti dall’Europa, ma anche di persone di ogni parte del mondo”. Il Papa ha definito l’Australia “una nazione giovane”, ma ha anche ricordato che “già per migliaia di anni prima dell’arrivo degli emigranti occidentali, i soli abitanti di questo suolo erano persone originarie del Paese, aborigeni e isolani dello Stretto di Torres”. “Il loro antico retaggio forma parte essenziale del panorama culturale dell’Australia moderna”, ha proseguito, definendo “coraggiosa” la decisione del governo australiano di “riconoscere le ingiustizie commesse nel passato contro i popoli indigeni”, grazie alla quale “si stanno ora facendo passi concreti al fine di raggiungere una riconciliazione basata sul rispetto reciproco”. Un esempio di riconciliazione che “offre speranza in tutto il mondo a quei popoli che anelano a vedere affermati i loro diritti”, ha detto il Papa, lodando anche l’opera dei coloni europei – tra i quali “una porzione significativa di cattolici” – per la “costruzione della nazione, particolarmente nei campi dell’educazione e della sanità”. Il Papa ha quindi rievocato la beata Mary McKillop, i cui interventi “a difesa di quanti erano trattati ingiustamente e l’esempio pratico di santità sono divenuti sorgente di ispirazione per tutti gli australiani”. E proprio traendo “ispirazione” dalla prima beata australiana, ha concluso Benedetto XVI, “nell’odierno contesto più secolarizzato, la comunità cattolica continua ad offrire un contributo importante alla vita nazionale”.

L’arrivo a Barangaroo. Nel pomeriggio del 17 luglio Benedetto XVI si è trasferito al molo di Rose Bay, dove è stato accolto dagli aborigeni con canti e danze tradizionali. Di lì, imbarcatosi sulla nave “Sydney 2000” – a bordo della quale vi erano 530 persone, tra cui 60 vescovi australiani, alcuni rappresentanti del Pontificio Consiglio per i laici, 10 indigeni insieme a 168 pellegrini internazionali, 32 dall’Oceania e 20 australiani – ha raggiunto il molo di Barangaroo, sempre a Sydney. Nel vecchio porto stipato di giovani e bandiere di tutto il mondo – dal Messico alla Croazia, dall’Italia al Cile, dalla Cina al Libano, dallo Zimbawe al Vietnam – si è svolta la “Festa di accoglienza dei giovani”. Al suo arrivo a Barangaroo, il Pontefice ha passato in rassegna la guardia d’onore degli anziani aborigeni di Torres Strait, che lo hanno salutato in lingua nativa, gadigal, dell’area di Sydney; è stato poi intonato il «Tu es Petrus» in latino e gadigal insieme ad altri canti tipici della tradizione aborigena accompagnati dal suono del didgeridoo. Le danze hanno segnato il momento più alto di unità tra i popoli nativi ed i pellegrini accolti non come invasori ma come fratelli. Le cifre ufficiali parlano di 140 mila giovani a Barangaroo, numero che sale a 500 mila se si considerano i principali luoghi della città come Domain e Opera House dove i giovani si sono radunati per seguire la cerimonia da mega schermi. Moltissimi altri hanno seguito la flotta papale lungo le rive della baia.

Ricerca del vero e del bene. “Cari amici, la vita non è governata dalla sorte” ha detto loro il Papa. “La vostra personale esistenza è stata voluta da Dio, benedetta da lui e ad essa è stato dato uno scopo! La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze”, ma “una ricerca del vero, del bene e del bello”. “Proprio per tale fine – ha aggiunto – compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà” e “nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia”. Di qui l’esortazione ai giovani: “Non lasciatevi ingannare” da chi vede “in voi semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità. Cristo offre di più! Anzi, offre tutto!” poiché è “la Verità”, “la Via e pertanto anche la Vita”. Dopo aver rievocato “quei pionieri – sacerdoti, suore e frati” anche giovanissimi, giunti “a questi lidi” dall’Europa, che con la loro testimonianza di vita hanno costruito “gran parte dell’eredità sociale e spirituale” di oggi e hanno ispirato “un’altra generazione”, Benedetto XVI ha rivolto nuovamente il pensiero alla beata MacKillop ed anche al beato Peter To Rot.

Le “ferite” della terra e della società. Il Pontefice si è poi soffermato sulle “ferite” della terra: “l’erosione, la deforestazione, lo sperpero delle risorse minerali e marine per alimentare un insaziabile consumismo”, e ha sottolineato “le ferite” della società. Oggi, ha detto, “un veleno” minaccia di “corrodere ciò che è buono, riplasmare ciò che siamo e distorcere lo scopo per il quale siamo stati creati”. Citando “l’abuso di alcool e di droghe, l’esaltazione della violenza e il degrado sessuale”, ha aggiunto: “Vi è anche qualcosa di sinistro che sgorga dal fatto che libertà e tolleranza sono così spesso separate dalla verità”, mentre “il relativismo, dando valore in pratica indiscriminatamente a tutto, ha reso l’ ‘esperienza’ importante più di tutto”. Tuttavia, ha ammonito il Papa, “le esperienze, staccate da ogni considerazione di ciò che è buono o vero, possono condurre” a “confusione morale”, “indebolimento dei principi”, “perdita dell’autostima e persino alla disperazione”.

No a lasciare Dio “in panchina”. “Il compito di testimone – ha poi osservato Benedetto XVI – non è facile. Vi sono molti, oggi, i quali pretendono che Dio debba essere lasciato ‘in panchina’ e che la religione e la fede, per quanto accettabili sul piano individuale, debbano essere o escluse dalla vita pubblica o utilizzate solo per perseguire limitati scopi pragmatici”. “Questa visione secolarizzata tenta di spiegare la vita umana e di plasmare la società con pochi riferimenti o con nessun riferimento al Creatore. Si presenta come una forza neutrale, imparziale e rispettosa di ciascuno” ma “in realtà, come ogni ideologia, il secolarismo impone una visione globale. Se Dio è irrilevante nella vita pubblica, allora la società potrà essere plasmata secondo un’immagine priva di Dio, e il dibattito e la politica riguardanti il bene comune saranno condotti più alla luce delle conseguenze che dei principi radicati nella verità”. “Tuttavia – ha constatato il Papa – l’esperienza mostra che” quando “Dio viene eclissato, la nostra capacità di riconoscere l’ordine naturale, lo scopo e il ‘bene’ comincia a svanire” e “ciò che ostentatamente è stato promosso come umana ingegnosità si è ben presto manifestato come follia, avidità e sfruttamento egoistico”.

Il “messaggio” per il mondo. Sappiamo riconoscere che la “dignità di ogni individuo poggia sulla sua più profonda identità, quale immagine del Creatore, e che perciò i diritti umani sono universali” e “non qualcosa dipendente da negoziati o da condiscendenza, men che meno da compromesso?”: questo l’interrogativo posto da Benedetto XVI ai giovani, invitati a “riflettere su quale posto hanno nelle nostre società i poveri, i vecchi, gli immigranti, i privi di voce. Come può essere che la violenza domestica tormenti tante madri e bambini? Come può essere che lo spazio umano più mirabile e sacro, il grembo materno, sia diventato luogo di violenza indicibile?”. “Cari amici – ha precisato il Papa -, la creazione di Dio è unica ed è buona. Le preoccupazioni per la non violenza, lo sviluppo sostenibile, la giustizia e la pace, la cura del nostro ambiente sono di vitale importanza per l’umanità. Tutto ciò – ha ammonito – non può però essere compreso a prescindere da una profonda riflessione sull’innata dignità di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, una dignità che è conferita da Dio stesso e perciò inviolabile”. Per Benedetto XVI “il nostro mondo si è stancato dell’avidità, dello sfruttamento e della divisione, del tedio di falsi idoli e di risposte parziali”, e “il nostro cuore e la nostra mente anelano ad una visione della vita dove regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità, e dove l’identità sia trovata in una comunione rispettosa. Questa è opera dello Spirito Santo! Questa è la speranza offerta dal Vangelo di Gesù Cristo!”. Di qui l’auspicio conclusivo: “Sia questo il messaggio che voi portate da Sydney al mondo!”.

(18 luglio 2008)