ANNO PAOLINO
“Gratta e vinci”: con questa battuta Romano Penna, docente di esegesi del Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense di Roma e uno dei maggiori esperti italiani di San Paolo, sintetizza lo spirito idoneo ad “avvicinarsi” agli scritti dell’Apostolo delle genti, “perché solo se si ha la pazienza di «grattare» si può trovare il tesoro”. “Può essere rischioso avventurarsi in questa lettura senza adeguati punti di riferimento come introduzioni o commenti – spiega al SIR il biblista – ma poi occorre non scoraggiarsi di fronte ad eventuali difficoltà, perseverare e scendere nel profondo: come affermava Lutero, «se si ha la pazienza di insistere, prima o poi si aprono le porte del Paradiso»”. Con Penna abbiamo parlato del significato dell’Anno Paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) ed abbiamo tentato di ricostruire i tratti più salienti di chi, nelle parole di Albert Schweitzer, “ha assicurato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare”.
Quali frutti auspica dall’Anno Paolino?
“Il primo, che contiene in sé anche gli altri, è la capacità di ricondurre la fede cristiana alla sua essenzialità. Paolo concentra tutta la sua riflessione su Cristo crocifisso e risorto: se arrivasse davvero a maturazione, il recupero della sostanza cristologica della fede sarebbe un buon primo frutto, anzi il migliore di tutti. Un altro frutto, immediatamente derivato dal primo, è la fides quae – i contenuti della fede – come corrispondente alla fides qua – cioè l’atto di fede del soggetto credente. Una fede spogliata di religionismo e moralismo, fondata sull’accoglienza nuda e gioiosa di un’iniziativa esterna all’uomo. Un altro frutto necessario sarebbe la valorizzazione della dimensione ecclesiale dell’identità cristiana, del concetto paolino della Chiesa come corpo di Cristo, ovvero l’ecclesia dei cristiani che vivono individualmente la propria identità ma la celebrano insieme. Un aspetto di comunione e fraternità che a mio avviso andrebbe recuperato”.
In Paolo culture ebraica e greca si incontrano. Le celebrazioni del bimillenario possono diventare una sorta di laboratorio di fede e cultura, di stimolo ad una riflessione che coniughi intelligenza e cuore?
“Certamente. È caratteristica di Paolo l’apertura assoluta alla cultura. Paolo è vissuto per l’impegno di andare oltre i confini di Israele per aprirsi al mondo greco portandovi il dato fondamentale dell’identità cristiana che trova la sua matrice in Israele. Oltre alla proiezione escatologica, nell’Apostolo vi è una forte proiezione universalistica e culturale, per cui a contatto con la cultura greca la radice giudaica si incarna e assume nuove valenze di matrice greca. Il concetto della paternità universale di Dio, ad esempio, non appartiene all’Antico Testamento ma si ritrova già in Omero, così come il tentativo di superare le proprie passioni è già presente nello stoicismo. Questo incontro fra la matrice ebraica e il mondo della cultura greca può costituire un paradigma anche per il cristianesimo dei nostri giorni, chiamato ad «inculturarsi» nei diversi ambiti e a coniugarsi con i valori del multiculturalismo e della società moderna, pur salvaguardando la propria identità”.
Paolo seppe farsi interprete delle domande più cruciali del proprio tempo. Quale il suo messaggio agli uomini di oggi?
“ Anzitutto l’invito all’universalismo, all’apertura intellettuale, alla volontà di superare gli steccati; è in un certo senso un anticipatore della globalizzazione culturale. Poi il discorso di fede da proporre ad ogni uomo mettendo in rilievo l’intervento gratuito di Dio in nostro favore. Ciò che forse oggi non si sottolinea abbastanza – ma viene annunciato con molta chiarezza da Paolo – è che il Dio del Vangelo è il «Dio per noi»; una realtà che dischiude un orizzonte molto più ampio e ricco del «noi per Dio» di altre religioni. Non l’uomo al servizio di Dio, ma Dio al servizio dell’uomo”.
Temperamento impetuoso: tra il Saulo giudeo e il Paolo cristiano vi è più continuità o più rottura?
“Più continuità. La sua parabola esistenziale dimostra che il cristianesimo non mortifica l’umanità di nessuno. Ciò che è stato l’uomo Saulo, continua ad esserlo Paolo. Forte, audace, tutto d’un pezzo, per il quale è cambiato solo l’oggetto della sua passione: dalla difesa della Legge all’annuncio del Vangelo e al servizio di Cristo e della Chiesa. I metodi violenti impiegati contro la prima comunità cristiana lasciano spazio a toni a volte molto duri e a volte tenerissimi, come quelli di un padre verso i figli da educare con amore e severità. Le sue componenti caratteriali si sposano perfettamente con il paradosso della fede cristiana”.
Come è stata possibile l’elaborazione di una teologia così completa a soli vent’anni dalla morte di Cristo?
“È un fatto davvero straordinario: la prima lettera di Paolo (ai Tessalonicesi) è databile tra il 50 e il 51. Partendo dalla sua conoscenza della Bibbia, Paolo opera un’autentica conversione ermeneutica del testo biblico. Tutto è orientato verso Cristo, e non scrive un trattato di teologia: attraverso lettere circostanziali trova il modo di ripensare in modo organico ciò che costituisce l’identità cristiana. Qui si esprime la sua genialità, accompagnata da un profondo vigore intellettuale. Albert Schweitzer ha affermato che Paolo ha assicurato per sempre nel cristianesimo il diritto di pensare”.
(25 luglio 2008)