Ciò che distingue

ANNO PAOLINO

Per San Paolo, “le donne hanno pari dignità degli uomini, a livello fisiologico, psicologico e spirituale”. Lo ribadisce don Giancarlo Biguzzi, docente di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Urbaniana. Conoscitore del “ruolo” femminile all’interno degli scritti di San Paolo, don Biguzzi sta preparando per le Edizioni Paoline una versione più “divulgativa” della sua opera “Velo e silenzio. Paolo e la donna”, pubblicata nel 2001 per le Edizioni Dehoniane. Lo abbiamo intervistato.

Parte del movimento femminista ha messo sotto accusa testi o scrittori biblici ostili alla donna, e Paolo è l’autore che più di tutti è tacciato di essere “misogino” e “antifemminista”. È così?
“Questo è l’Anno Paolino, e bisogna distinguere tra le Lettere sicuramente autentiche di Paolo, cioè scritte di suo pugno o dettate, che sono sette, e le Lettere deutero-paoline, a cui è stato messo il nome di Paolo per «devozione» o «gratitudine», e come riconoscimento dello sviluppo delle Chiese paoline e del paolinismo. Rientra tra queste anche la famosa Lettera agli Efesini, in cui si raccomanda che le mogli siano sottomesse ai mariti”.

La questione della “sottomissione” della donna all’uomo non è, dunque, una “questione paolina”…
“Direi proprio di no: riguarda tempi posteriori, in cui forse alcune donne – rispetto a quello che era lo spirito dell’epoca – avevano «esagerato», scatenando così una reazione per così dire molto maschilista. I testi più «antifemministi» risalgono infatti ad un movimento molto clamoroso portato avanti da alcune donne 20-30 anni dopo la morte di Paolo, e in seguito al quale si cercò di correre ai ripari, cadendo però nell’eccesso opposto. Poi sono arrivati lo gnosticismo e soprattutto il montanismo, in cui veniva dato grande spazio alle donne, ed il problema è stato risolto in chiave molto drastica: chiudere le porte ed estromettere le donne da funzioni di responsabilità nella Chiesa”.

Quali sono i testi paolini sulla donna e quale “immagine” ne deriva?
“I testi di Paolo di cui fare l’esegesi per mettere in luce il suo pensiero circa la donna cristiana sono due, e si trovano entrambi nella prima Lettera ai Corinzi (1Cor 11,2-16; 14,33b-36). Bisogna tener presente che gli interventi di Paolo non sono mai programmatici, o delle catechesi, ma nascono sempre per affrontare situazioni particolari: in questo caso, la circostanza a proposito della quale Paolo interviene è quella delle assemblee di preghiera e di profezia. Sicuramente non si tratta di un testo antifemminista: Paolo tratta gli uomini e le donne nello stesso modo, stabilisce che tutti e due possono alzarsi e guidare la preghiera, o pronunciare oracoli profetici per l’edificazione propria e delle loro Chiese. Ciò che distingue uomo e donna è invece il fatto che essi devono presentarsi in modo diverso: a capo scoperto gli uomini, a capo coperto le donne. Non si tratta, però, della questione del «velo»: Paolo vuole dire che l’uomo e la donna non devono scambiare i ruoli che la natura ha dato loro”.

Non “superiorità”, dunque, ma “reciprocità”…
“Se l’uomo, in quanto creato «direttamente» da Dio, ha una sorta di «superiorità» in ordine alla creazione, la donna è «superiore» all’uomo perché spetta a lei la capacità di generare gli esseri umani tramite il parto. La creazione, insomma, non è stata distrutta dalla redenzione. L’argomento di Paolo, in sostanza, non è la presunta superiorità dell’uno o dell’altra: uomo e donna sono uguali in dignità, ma diversi. Paolo difende la differenziazione sessuale e si batte per essa, tanto da mostrarla come «carta di identità» dei cristiani. Richiamando il valore permanente della differenziazione sessuale, per contrastare un gruppo di donne corinzie che propugnavano l’emancipazione attraverso la mascolinizzazione, Paolo prende posizione circa ogni processo emancipazionista, egualitarista e femminista, dicendo che basilare e imprescindibile per ognuno di quei discorsi è la salvaguardia della differenziazione sessuale”.

E il “silenzio” delle donne?
“Il testo di 1Cor 14,33b-35 contiene tre comandi secchi che impongono alla donna il silenzio nelle assemblee, ma l’esegesi tradizionale secondo cui una volta per sempre Paolo ha messo a tacere la donna nella Chiesa è stata sottoposta a critica battente: per qualche interprete, addirittura, in quel testo, Paolo si farebbe addirittura acceso difensore del diritto di parola per le donne, smentendo un gruppo di maschilisti e sciovinisti corinzi. Senza contare che il presunto «silenzio femminile» sarebbe in netta contraddizione con quanto detto in 1Cor 11, oltre che con quanto attestato da altri passi della stessa lettera ai Corinzi, dalla Lettera ai Filippesi, dagli Atti, dalla Lettera a Filemone e dalla Lettera ai Romani: i collaboratori di Paolo erano forse 100, almeno 60, e tra questi una quindicina erano donne, svolgevano funzioni evangelizzatrici e conduttrici di comunità”.

(01 agosto 2008)