CALDEI IN EUROPA

Costruire il futuro

IV Raduno europeo dei sacerdoti di rito caldeo

Si chiude oggi, 5 settembre a Kamena Vourla, in Grecia, il IV raduno dei sacerdoti di rito caldeo che sono al servizio delle rispettive comunità residenti in Europa. I parroci presenti al raduno, che provengono da Svezia, Danimarca, Norvegia, Germania, Olanda, Francia, Belgio, Grecia, assenti invece quelli dall’Austria, Inghilterra e Georgia, durante i lavori hanno messo a fuoco alcuni dei principali temi pastorali legati alla vita delle loro comunità in diaspora (poco meno di 90 mila fedeli, di cui circa 50 mila residenti nei Paesi scandinavi e Francia, 1000 famiglie sono in Germania e 800 in Olanda), come l’integrazione culturale e sociale, l’emigrazione dall’Iraq, la pastorale vocazionale e quella giovanile. Il ritiro, che è stato possibile grazie anche all’ospitalità di mons. Dimitrios Salachas, dell’Esarcato cattolico bizantino di Atene, è stato presieduto da mons. Philip Najim, procuratore caldeo presso la Santa Sede e visitatore apostolico per l’Europa. SIR Europa lo ha intervistato.Padre Najim, quali sono i punti più problematici, collegati alla vita pastorale delle comunità caldee in Europa, emersi nel corso dell’incontro?“Dal racconto e dalla condivisione delle esperienze dei parroci presenti posso dire che i nodi che ci preoccupano maggiormente sono l’integrazione sociale, religiosa e culturale dei fedeli di rito caldeo nei Paesi dove si trovano a vivere, la necessità di approntare un piano pastorale per le vocazioni ed i giovani e l’emigrazione che rischia di far scomparire i cristiani dall’Iraq. Come parroci, in Europa siamo 19, lavoriamo per un popolo straniero in terra di stranieri. La fatica è doppia perché dobbiamo integrarci per primi per poter poi servire la nostra comunità e spingerla all’integrazione aiutandola a superare le difficoltà di lingua, di mentalità, di usi, di cultura. Fortunatamente i nostri sacerdoti sono per lo più giovani e dunque facilitati in questa opera”. Cosa avete pensato per i vostri giovani?“Relativamente ai giovani, essi rappresentano il futuro delle nostre parrocchie, abbiamo pensato di istituire una sorta di team pastorale che si occupi di loro, attraverso l’elaborazione di progetti e iniziative comuni anche se condotte a distanza dai sacerdoti”. Il futuro sta anche nelle vocazioni, oltre che nelle nuove generazioni…“Un punto debole è la mancanza di sacerdoti che possano coadiuvare quelli già presenti nella comunità caldee europee. Per questo abbiamo deciso di istituire un gruppo di esperti capeggiati da un ex rettore di seminario, padre Sami e da un spiritualista, parroco in Olanda, padre Razi. A loro spetta il compito di redigere un piano per favorire lo sviluppo delle vocazioni caldee in Europa. Le chiese locali avranno il compito di seguire quei giovani nella strada verso il sacerdozio”.Giudica concreto il rischio che queste comunità caldee possano a lungo andare smarrire la loro identità e tradizione?“È urgente garantire il futuro delle chiesa caldea e delle nostre comunità. Ai fedeli caldei della diaspora va garantito il futuro della loro tradizione. Sostenere l’identità caldea in Europa può servire anche a rafforzare la testimonianza cristiana e cattolica nel Vecchio Continente specialmente in questo tempo in cui è percorso da tendenze laiciste che vogliono relegare la fede alla sfera privata. Nel corso delle mie visite a molte di queste comunità ho notato un forte attaccamento alla fede, all’identità e cultura e quindi al loro Paese di origine, l’Iraq”. Un attaccamento che, purtroppo, sembra venire meno proprio nei cristiani che sono in Iraq e che spinti dalla violenza settaria, dalla mancanza di stabilità e di sicurezza stanno lasciando il Paese…“L’emigrazione cristiana è un fenomeno preoccupante. Molti vendono tutto e lasciano il Paese, ed è evidente che non hanno intenzione di farvi ritorno. Prima di giungere in Europa sostano, in condizioni precarie, in Turchia, Libano, Siria, Giordania. Occorre farci trovare pronti alla loro accoglienza. Tuttavia come parroci caldei in Europa scoraggiamo ogni fuga dall’Iraq ed esortiamo la comunità internazionale, Europa in testa, ad adoperarsi affinché nel Paese torni quella stabilità e sicurezza fondamentali per programmare un futuro sereno. L’Iraq ha bisogno dei cristiani. Per coloro che, invece, nel Vecchio Continente, vivono da tempo chiediamo ai Paesi europei che li ospitano di regolarizzare quanto prima la loro posizione così da garantire serenità e fiducia nel futuro”.