EMILIA ROMAGNA

In attesa di giudizio

Relazione sulla situazione delle carceri nella Regione

Carceri sovraffollate, detenuti in larga parte in attesa di giudizio, perlopiù stranieri, con bassi livelli d’istruzione e problemi di droga. Sono alcuni tratti che emergono dalla “Relazione sulla situazione penitenziaria nel 2007 in Emilia Romagna”, elaborata dalla Regione. Il sovraffollamento medio delle carceri emiliano romagnole è di 152 persone per 100 posti (a fronte di una media nazionale di 113 detenuti), con picchi di 233 a Reggio Emilia, 220 a Bologna e 210 a Ravenna. Il carcere con la capienza maggiore, la “Dozza” di Bologna, potrebbe ospitare fino a 481 detenuti: ce ne sono 1.056. In tutto, nei 12 istituti penitenziari della Regione sono presenti 3.613 detenuti (al 31.12.2007) a fronte di una capienza di 2.382 posti. Il 40,7% dei detenuti è in carcere per reati legati alla droga; 51% la percentuale di stranieri, e tra di essi sono in crescita i carcerati per violazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione.Sotto alla soglia di dignità. Il sovraffollamento delle carceri mina la “soglia di dignità” dei detenuti. A rilevarlo, la garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna, Desi Bruno, che ricorda come a livello europeo tale soglia preveda 7 metri quadrati a testa, “mentre alla Dozza arriviamo ad avere anche tre detenuti in 10 metri quadrati”. Tale situazione “incide nei rapporti con il personale carcerario, che è sottodimensionato”, nonché “rende ancor più scarse le possibilità di svolgere attività lavorative”. A tal proposito, “fino a poco tempo fa nelle carceri emiliano romagnole i lavoratori interni, che si occupavano della cucina, della manutenzione, erano il 10% dei detenuti, percentuale che ora si è ridotta di circa un terzo per mancanza di risorse”. Per non parlare dell’aspetto sanitario. “I nuovi giunti – spiega Bruno – dovrebbero essere sottoposti a uno screening e restare sette giorni sotto osservazione per prevenire il diffondersi di malattie infettive. Il sovraffollamento, però, rende difficile rispettare le misure di profilassi”. Nel 2007 nel carcere bolognese si sono registrati 21 casi di scabbia, 27 di tubercolosi, 78 di epatite B o C. Il limbo della custodia cautelare. Tra i problemi più rilevanti, la presenza preponderante di tossicodipendenti e detenuti in attesa di giudizio. “Molto spesso i processi sono fissati al limite della scadenza del periodo di custodia cautelare”, denuncia la garante. Un eccesso nell’uso della custodia cautelare, “che può arrivare fino a 4 anni”, del quale fanno le spese soprattutto gli stranieri, i quali “non avendo un radicamento sul territorio restano in carcere”. Non deve stupire che la maggior parte dei detenuti sia in questo stato, giuridicamente una sorta di limbo: infatti “solo una volta divenuta definitiva la condanna possono aderire a misure alternative o attività trattamentali, come il lavoro in carcere”. Per quanto riguarda i tossicodipendenti, Bruno nota come, a fronte di un numero abnorme di casi, “la casa di reclusione di Castelfranco Emilia, strutturata proprio per loro con un programma specifico di recupero, abbia inspiegabilmente un centinaio di posti vuoti”. Il compito dei cappellani. “Mettere al centro la persona” è l’impegno dei cappellani del carcere secondo padre Franco Musocchi, che presta servizio alla “Dozza”. “A tutti propongo un incontro personale”, spiega il religioso, che intende il suo compito come “un segno della presenza della Chiesa locale all’interno di questo luogo”. A ricorrere al cappellano non sono solo i cattolici, ma anche protestanti e ortodossi. Un po’ meno gli islamici, anche se “nessuno rifiuta un saluto”. Tra i problemi del carcere, oltre al sovraffollamento, Musocchi ricorda le lungaggini giudiziarie, “fattore di tensione per chi si trova in attesa di giudizio”, e l’incremento di detenuti stranieri che hanno violato la Bossi-Fini. “Questi non capiscono perché sono dietro le sbarre e lo vivono come un’ingiustizia, ancor più cocente se si considera che loro, colpevoli solo di non aver ottemperato a un decreto di espulsione, sono equiparati ad altri che hanno effettivamente commesso qualcosa di negativo”.A fianco dei detenuti. Diverse le realtà di volontariato che operano nei penitenziari. Tra queste il “Gruppo carcere-città” di Modena, che “svolge attività di sostegno e ascolto dei detenuti, organizza iniziative ricreative e culturali” e, soprattutto, “vuol tener viva l’idea che il carcere è parte della città”. Esso, spiega una delle volontarie del gruppo, Paola Cigarini, dev’essere un luogo “dove il detenuto possa maturare una responsabilità rispetto a ciò che ha fatto”. Ma per far ciò “da parte della cittadinanza serve un atteggiamento non di chiusura e scontro, ma di confronto e incontro, che faccia capire a chi ha sbagliato che non è tutto perduto”. E, dunque, importante è l’opera di sensibilizzazione: dietro le mura del carcere si cela “una complessità di problemi che richiedono riflessione e ascolto”. “Gran parte delle persone che si trovano lì – osserva Cigarini – viene da situazioni di emarginazione, dove è più facile cadere nelle maglie della giustizia. Ma troppo spesso alle marginalità e ai problemi sociali si danno risposte spot, invocando ordine e pulizia, anziché ricordare sempre che di fronte ci sono delle persone”.a cura di Francesco Rossi(26 settembre 2008)