FRANCIA

Religioni e società

La 83ª Settimana sociale a Lione dal 21 al 23 novembre

“Le religioni, minaccia o speranza per le nostre società?” è il tema su cui si confronteranno i 4.000 partecipanti alla 83ª Settimana sociale dei cattolici di Francia, in programma al Centro di congressi di Lione dal 21 al 23 novembre. Quest’anno vi saranno ospiti europei, tra cui una nutrita delegazione dall’Est, e sarà rappresentata la maggior parte delle religioni, per consentire un ricco dialogo interreligioso. “Le religioni sono fattore di divisione, come dicono alcuni, o partecipano realmente, come esse affermano, alla coesione della società?”. A sollevare l’interrogativo è Jérôme Vignon, presidente delle Settimane, sottolineando che la questione “viene a porsi in Europa in un momento in cui l’autorità morale degli Stati è in calo e la politica si rinchiude progressivamente in un atteggiamento più di gestione che di visione”. Tra gli argomenti dei laboratori in programma durante la Settimana, la religione nello spazio pubblico; la religione nei media e l’espressione culturale; la religione, l’educazione e la formazione dei cittadini; religione e coesione sociale; religione e società di fronte alla scienza e ai dilemmi etici. Al termine della sessione verrà stilato un messaggio rivolto ai partecipanti ed alla società in generale. Le Settimane Sociali di Francia sono nate nel 1904 con lo scopo di far conoscere il pensiero della Chiesa e contribuire al dibattito sociale. Info: www.ssf-fr.org. Un’attesa di senso. Per Vignon, “la perdita di autorità e di senso si accompagna, da un lato, ad alcune contrazioni identitarie; dall’altro libera uno spazio pubblico aperto al dibattito e alla partecipazione attiva della società civile”. Una situazione inedita che “merita uno sforzo di discernimento da parte di tutti gli attori della società, pubblici e associativi, laici e religiosi” e dalla quale emerge “un’attesa di senso e di valori che oltrepassa i confini abituali fra privato e pubblico”. “Chiese e religioni – conclude il presidente delle Settimane sociali – sono sfidate a rispondere a questa attesa; senza andare oltre la missione che è loro propria, potrebbero svolgere un ruolo di referenti a lungo termine nella democrazia”.Religione come “questione politica”. “Sì, la questione della partecipazione delle religioni al dibattito pubblico si pone, a sorpresa, in tutte le società occidentali, con modalità diverse secondo i Paesi” conferma il filosofo Paul Thibaud in una riflessione proposta come introduttiva alle Settimane. In Francia, sottolinea, “la laicità classica ha posto dogmaticamente una barriera tra il privato e il pubblico che la ha, in definitiva, impoverita”. “La situazione attuale – annota – è assai diversa da quella in cui, più di un secolo fa, la laicità classica si è imposta. Questa laicità ha conosciuto un successo che va al di là delle sue aspettative”. “I francesi si sono ‘laicizzati’, liberati della tradizione, in particolare negli ultimi decenni”, ma l’altra faccia della medaglia consiste nel fatto che, per il filosofo, “la nostra società laica di persone emancipate non ha più i mezzi per ispirare la collettività”. Ecco perché, contro ogni aspettativa, “la religione è ritornata ad essere una questione politica; in senso negativo, perché la cancellazione del patrimonio religioso cristiano elimina un caposaldo di cui si apprezza retrospettivamente l’importanza; in senso positivo a causa dell’importanza che stanno assumendo le ‘religioni minoritarie’ nello spazio pubblico”. Una laicità innovativa. “Una laicità stanca e difensiva, che rinuncia a far vivere un consenso morale, non può che cedere a tutte le lobby” argomenta Thibaud, citando ad esempio i “giudizi della Corte di Strasburgo sui matrimoni omosessuali” assunti “in base all’opinione prevalente” o l’incapacità “dei comitati etici di resistere ai desideri dei laboratori”. “Questa laicità – afferma – non è più un punto di convergenza o di scambi, ma un campo di battaglia”. Per il filosofo, “l’attuale paradosso consiste nel fatto che la laicità trionfa a spese delle Chiese e non dei comunitarismi; essa trionfa più nell’opinione che nella società e questo la fa assomigliare ad una retorica vana”. La sfida è allora “non tanto quella di inasprire o aprire la laicità, quanto piuttosto di legarla alle nuove questioni poste dalla società”. Di qui l’importanza di “una laicità innovativa” che “per restare fedele alla propria ispirazione”, non si preoccupi delle “prerogative dei gruppi religiosi”, ma di “ciò che essi possono apportare alla vita pubblica”. Secondo il filosofo occorre dunque “pensare al modo di portare questi ultimi “sulla pubblica piazza, per ascoltarli e per interrogarli”. Il tutto ricostruendo un nuovo “dispositivo laico con caratteristiche non monopoliste, bensì dialogiche”. Impresa “nella quale – conclude – il ruolo delle religioni, in particolare il giudaismo e il cristianesimo, è essenziale”.