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Una voce necessaria

La Chiesa cattolica di Europa e la crisi finanziaria

I vescovi cattolici in Europa, a partire dalla recente dichiarazione della Comece (Commissione episcopati comunità europea), stanno incominciando ad esprimersi sull’attuale crisi finanziaria. Non si può dimenticare che questa dura ormai da mesi e da tempo è tracimata dalle borse alle comunità, fino ai privati. Molte famiglie vedono minacciate la propria casa, i propri risparmi, le loro proprietà in generale e fra poco anche i posti di lavoro. Quella che inizialmente era una vaga preoccupazione inizia a trasformarsi in paura concreta. Le istituzioni che sembravano garantire fiducia sono in crisi profonda: le banche, le banche d’emissione, i governi, persino gli stessi Stati. Per i vescovi é un autentico compito pastorale esprimersi in una situazione di questo genere e dare orientamenti in un contesto che appare avvelenato dal caos e da un clima di decadenza. Il fatto che la voce della Chiesa sia necessaria proprio in questo momento, risulta già di per sé dai concetti chiave che dominano il dibattito politico attuale in merito alla crisi finanziaria. Si parla di avidità, invidia, responsabilità, lealtà. Improvvisamente, sembrano essere tornate, per così dire dalla porta di servizio, le categorie morali che la Chiesa ha proclamato per secoli e che da qualche tempo erano cadute nel dimenticatoio. Alcuni vescovi hanno incominciato a esprimersi: in Germania, ad esempio, l’arcivescovo di Monaco Reinhard Marx, responsabile per le questioni sociali. Il passaggio di un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa cattolica Kna, in cui mons. Marx invocava il rinnovamento morale non solo per i manager della finanza ma anche per gli investitori, è stato citato dal presidente del gruppo della Spd Peter Struck durante il dibattito sulla crisi finanziaria in Parlamento ed è stato accolto positivamente. In Francia, a metà ottobre i vescovi hanno diffuso un comunicato stampa in cui invitavano le persone a ripensare il proprio approccio con i risparmi e il proprio comportamento nei confronti dei crediti. I vescovi si sono espressi anche in altri Paesi europei e al Sinodo dei vescovi è stato Benedetto XVI in persona ad affrontare il tema della crisi globale in modo quasi veterotestamentario con la frase fondamentale: “Questi soldi scompaiono”.Anche la Comece è da poco intervenuta con un documento ma quel che finora sembra mancare è un confronto sistematico con la crisi, con le sue cause e le sue conseguenze. È importante per i cattolici un orientamento del magistero su come comportarsi correttamente in questo contesto minaccioso. Anche perché finora hanno successo soprattutto gli oratori che vedono nella catastrofe finanziaria un cattivo presagio per l’intero capitalismo, annunciando in ultima analisi la fine dell’economia di mercato. Proprio di quell’economia di mercato che ha portato i Paesi dell’Europa occidentale fin dal 1950 e quelli dell’Est dal 1990 ad un aumento senza precedenti del benessere. Anche in Europa a questo canto di addio all’economia di mercato nessuno potrebbe aderire in modo convincente quanto la Chiesa cattolica che, peraltro, ha accettato tardivamente e con tentennamenti i principi fondamentali di questo sistema economico, in particolare il rischio d’impresa e i principi del pensiero imprenditoriale. Occorre ripartire dal punto di svolta che è stato segnato nel 1991 dall’enciclica “Centesimus annus” di Giovanni Paolo II. La Chiesa non ha comunque mai dimenticato di chiedere il rispetto dei criteri morali che devono valere anche e soprattutto nell’economia di mercato. Se è vero che la crisi è scaturita non da “troppa economia di mercato” ma dal fatto che molti operatori finanziari immobiliari e alcune banche d’investimenti hanno violato regole (morali!) fondamentali dell’economia di mercato, la Chiesa lo può dire con più autorevolezza di altri. È da auspicare infine che i vescovi, nel loro specifico e autonomo ambito, facciano udire con crescente vigore la voce della Chiesa anche partecipando al dibattito su come l’Europa debba andare avanti con l’economia di mercato (e non contro di essa), sul ruolo di pertinenza dello Stato e su come i principi di libertà, responsabilità ed equità debbano essere calibrati meglio.