FRANCIA
83ª Settimana Sociale: Messaggio finale e Dichiarazione interreligiosa
“Non minimizzare le convinzioni religiose presentandole come moraliste o arcaiche, non discriminare le persone in base alle proprie convinzioni religiose, non dimenticare il valore del fatto religioso anche per il suo ruolo nel determinare i ritmi di vita, per esempio il riposo domenicale; promuovere a vari livelli incontri interconfessionali ed interreligiosi, mettere in campo ogni sforzo a livello di formazione per mostrare il posto delle religioni nelle società”. Sono alcune delle richieste contenute nel messaggio finale della 83ª edizione della Settimana sociale di Francia che si è chiusa il 23 novembre a Lione alla presenza di 4.000 persone e di diverse delegazioni europee. Nel documento trova, dunque, risposta la domanda sulla quale si sono incentrati i tre giorni di lavoro “Le religioni, speranza o minaccia per le nostre società?”. Unitamente al messaggio, che ha raccolto anche i contributi di 6 forum sul ruolo delle religioni nei diversi ambiti della società, politico, economico, scientifico, scolastico e culturale, è stata letta una dichiarazione interreligiosa siglata da cristiani, ebrei e musulmani. Il Messaggio. “Tra religioni e società un nuovo dialogo è possibile – si legge nel testo – da una parte le società, ricche di libertà inedite e di potenzialità a volte inquietanti si stanno affrancando da quei cliché che vogliono le religioni relegate alla sfera privata, dall’altra le religioni si riconoscono minoritarie e non pretendono più di esercitare sulla vita pubblica una qualsivoglia influenza”. I valori dell’ispirazione cristiana, come “la fraternità, la scelta preferenziale dei poveri, la ricerca del bene comune, la difesa e la salvaguardia dell’ambiente”, possono rispondere alle “dolorose contraddizioni che attraversano le nostre società in questo tempo”. All'”intolleranza crescente verso la diversità sentita come minaccia la fede cristiana propone la fraternità”. Per rispondere alla “violenza che uccide le nostre società dove molti non riescono più a trovare il loro posto, occorre aprire ai gruppi più vulnerabili e dunque fare appello all’opzione preferenziale dei poveri”. “Di fronte alla minaccia ecologica – prosegue il documento – non basta la paura per modificare un cambio di comportamenti ma bisogna adottare nuovi stili di vita: lo spirito di servizio e la sobrietà fondata sull’amore del prossimo sono un frutto dell’esperienza religiosa”. È in gioco, dunque, un cambio di atteggiamento che deve corrispondere ad una “nuova testimonianza della Parola della quale ci nutriamo”. “In un mondo segnato da diversità crescenti la testimonianza ecumenica ed interreligiosa sui grandi temi è un invito al dialogo. Non si tratta di un esercizio di comunicazione ma di una conversione del cuore, una riscoperta dello spirito all’opera in noi e nella società”. La Dichiarazione. “Noi rappresentanti delle religioni monoteiste sentiamo la responsabilità di prendere insieme la parola”. Inizia così la dichiarazione interreligiosa. Nel testo si afferma che “il principio di separazione del politico e del religioso è per noi una premessa e una condizione per ogni esperienza religiosa e politica serena. Ma questa premessa non è semplice neutralità, deve essere accompagnata da un atteggiamento di rispetto, da un desiderio di conoscenza e di riconoscimento dell’altro, anche se non condividiamo la stessa fede e le stesse convinzioni”. Il compito che incombe con urgenza, si legge ancora, è “moltiplicare in ogni luogo il dialogo tra credenti e il dialogo con i nostri fratelli non credenti”. A questo riguardo “senza ostentazione e senza complessi” viene rivolto l’invito ad attingere nella dichiarazione “il senso che molti nostri contemporanei cercano di fronte a “molteplici inquietudini” e alla riduzione dell’uomo a “consumatore economico”. Consapevoli delle loro responsabilità le religioni hanno un messaggio particolare da consegnare alle nostre società” che così viene sintetizzato: “il carattere sacro di ogni essere umano e della vita. L’uguale dignità degli uomini e delle donne, lo straniero che noi dobbiamo accettare e accogliere. Le persone in difficoltà che noi dobbiamo rispettare e aiutare. La famiglia, sorgente di equilibrio d’una umanità di cui tutti siamo responsabili personalmente e collettivamente. E infine la creazione che non deve essere né negletta né venerata ma continuata e sviluppata da parte di uomini responsabili di questo dono che a loro è stato affidato”. La dichiarazione si conclude affermando che la fede “in un Dio giusto” può “portarci a protestare con vigore a fronte di evoluzioni legali o sociali che a noi sembra attentino alla giustizia o al carattere sacro della persona umana. Ma questa stessa esigenza di giustizia si applica anche a noi. Attraverso le nostre comunità noi diamo a volte una immagine affievolita o falsa della giustizia e della misericordia di Dio. Noi ci impegniamo a lavorare, giorno dopo giorno, a renderci più fedeli a ciò che Dio attende da noi”.