FRANCIA
Una riflessione sulla 83ª Settimana Sociale
L’83ª Settimana Sociale in Francia si è tenuta a Lione nei giorni 21, 22 e 23 novembre 2008, in un Centro Congressi sulla riva del Rodano, capace di accogliere i 3500 partecipanti venuti da tutta la Francia e anche dal Belgio. Un fatto nuovo: circa 500 invitati dell’Europa centrale hanno risposto all’invito. Provenivano soprattutto dalla Polonia e dalla Slovacchia, ma anche dall’Ungheria e dall’Ucraina. La città di Lione occupa un posto d’elezione nella memoria di questa associazione cattolica più che centenaria. Perché è da questa grande metropoli industriale, contrassegnata al suo interno dal dinamismo dei cristiani sociali, che è venuto l’impulso iniziale di riunire ogni anno laici e membri del clero in una sorta di grande università popolare dedicata all’analisi e all’approfondimento delle questioni sociali. I partecipanti si definiscono sin dall’origine «sociali perché cristiani» ed attenti all’insegnamento sociale della Chiesa che Leone XIII aveva inaugurato nel 1891 con l’enciclica “Rerum novarum”. L’urgenza di lottare contro le ingiustizie di ogni tipo non è mai stata tanto necessaria, come ha sottolineato Paolo VI nella sua enciclica “Populorum progressio”, poiché oggi, «la questione sociale è diventata mondiale». La crisi che si sta diffondendo nel mondo intero, come uno tsunami omicida, non poteva essere passata sotto silenzio. È stata rievocata, grazie ad alcuni esperti delle Settimane Sociali che hanno familiarità con le questioni internazionali, sotto la guida di Michel Camdessus, ex presidente del Fondo monetario internazionale. Con questo orizzonte caratterizzato da una crisi planetaria, il tema di queste giornate assumeva ancora più spessore. Infatti, nelle lezioni magistrali, nelle tavole rotonde, nei workshop, negli scambi, una domanda di grande portata è stata posta ai partecipanti: le religioni sono una minaccia o una speranza per le nostre società?Sociologi, politici, filosofi, responsabili di associazioni, uomini e donne fortemente coinvolti negli incontri interreligiosi hanno offerto le loro riflessioni e condiviso le loro esperienze. In apertura del dibattito, otto rappresentanti delle comunità di Lione, parlando del loro inserimento nel tessuto interreligioso comunale, hanno dato il “la”. «Il principio della separazione fra politico e religioso è per noi un requisito preliminare e una condizione per una vita religiosa e politica pacifica», ha anzitutto affermato il cardinale Barbarin, arcivescovo di Lione. Nel messaggio finale diffuso al termine dell’assemblea, le Settimane Sociali riaffermano, da parte loro, che «questa situazione favorevole… è il frutto, in Francia e in Europa di cambiamenti duraturi. Da un lato le società, ricche di libertà inedite e di potenzialità talvolta inquietanti, si liberano dei vecchi cliché che circoscrivono il religioso nel campo privato. Dall’altro, le religioni sanno di essere minoritarie e non hanno più la pretesa, almeno nei nostri Paesi, di esercitare sulla vita pubblica un qualsiasi potere».Ascoltando gli interventi, sembra che la Francia si stia allontanando dalle antiche battaglie un tempo condotte in nome di una Chiesa sicura di se stessa o di una laicità desiderosa di purgare il Paese da tutte le influenze clericali che lo mantenevano in un passato concluso. Non si crede più al progresso liberatore e alla scienza emancipatrice. Nicolas Sarkozy non ha torto quando parla di una laicità “positiva”. La modernità ha esorcizzato i propri incantesimi e ha dissacrato ogni cosa. Ma proprio questo permette di fare la differenza. La stessa politica è diventata più fragile e ha sentito il bisogno di trovare uomini convinti, capaci di animare dall’interno una democrazia che languisce. Come si può affermare che i cristiani cercano dovunque il potere, quando li si vede in grande numero occuparsi, individualmente o all’interno di associazioni, di malati di Aids, prigionieri, senzatetto, persone senza fissa dimora, disoccupati…? Se si sottraessero a questi umili compiti, sarebbe la politica degli altri ad impoverirsi…Secondo le proposte di una donna pastore riformata il vero pluralismo di cui abbiamo bisogno è possibile solo se «ogni religione è in grado di rivolgere uno sguardo critico su se stessa per trasformarsi». La pratica della giustizia e il rispetto dell’altro sono le porte per ogni apertura sull’alterità. «Affinché la Parola di cui viviamo sia anche per altri sorgente d’ispirazione – sottolinea il messaggio finale delle Settimane – bisogna cambiare il modo di testimoniarla». Ciò diventerà possibile se la Chiesa «si fa conversazione», secondo una formula cara a Paolo VI.