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Unione europea: la questione della presidenza semestrale
I tempi cambiano, e cambia anche l’Unione europea. Ma non cambiano come dovrebbero – e alla velocità necessaria – le modalità di funzionamento delle istituzioni comunitarie, prime fra tutte le regole che ne disciplinano la “guida” e i processi decisionali. La patologia è nota. A Quindici Bruxelles si poteva permettere di assumere decisioni politiche e legislative anche in presenza della clausola del veto; a Ventisette oggi, e a Trenta e più domani, ciò non è e non sarà più possibile. La consapevole diagnosi della situazione esiste, ma le terapie che pertanto sono da tempo individuate non vengono applicate…proprio a causa dei veti incrociati e dell’antico quanto deleterio vizio di alcuni Stati membri di non voler cedere quote di sovranità nazionale (concetto e costume negoziale anch’esso decisamente démodé nell’Europa del terzo millennio!). E così le varie condivisibili proposte di riforma delle istituzioni e delle “regole del gioco” che il Trattato Costituzionale prima – bocciato dai referendum francese ed olandese – ed il Trattato di Riforma poi – attualmente congelato dal no irlandese alla ratifica – avrebbero inteso introdurre nell’ancor troppo complicata architettura comunitaria restano lettera morta.”Vittima” paradigmatica di questa situazione è la turnazione semestrale di presidenza dell’Unione europea. Se fino alla metà degli anni ’90 essere presidente di turno del Consiglio europeo significava fare gli onori di casa nel corso delle kermesse dei vertici dei capi di Stato e di Governo, i successivi allargamenti e l’evoluzione nei fatti della natura della Comunità da club economico a potenza commerciale globale con velleità politiche (favorite dalla caduta del muro di Berlino e dalle sue ricadute) hanno cucito addosso al presidente di turno l’abito informale di guida politica di tutto un continente in pace con se stesso e con gli altri da oltre mezzo secolo. Tale ruolo – come tutte le attività manageriali che si rispettino – richiede programmazione, diplomazia, capacità decisionale, risorse, e soprattutto tempo.Giusta e necessaria era dunque la scelta dei “costituenti mancati” della Convenzione per il futuro dell’Europa presieduta da Valéry Giscard d’Estaing di promuovere il Consiglio europeo al rango di istituzione dotata di personale e risorse finanziarie e di creare la figura di presidente del Consiglio europeo con un mandato di due anni e mezzo rinnovabile. Si trattava anche di un segnale concreto – rivolto tanto all’interno quanto all’esterno dei palazzi bruxellesi e delle cancellerie nazionali – nella direzione dell’Europa politica che si esprime ad una voce. Dolore e vergogna dell’ignavia e della divisione europea in Somalia, ex-Jugoslavia e Ruanda erano ancora vivi! E invece nulla, a causa non solo dei veti, ma altresì dell’incapacità dei leader di governo a “far passare il messaggio”.L’attuale crisi finanziaria mondiale ha riaperto la ferita, e rilanciato la questione: il tanto inusuale quanto a maggior ragione benvenuto decisionismo positivo messo in campo dalla presidenza francese a vantaggio della comunità internazionale nel suo complesso rischia di rimanere un souvenir all’atto del passaggio di testimone al prossimo semestre di presidenza ceca. Senza una guida riconosciuta e riconoscibile il ruolo dell’Ue non sarà mai né riconosciuto né riconoscibile. Senza un orientamento definito accompagnato dalla stabilità dell’azione politica ed economica che solo la certezza di tempi e mezzi congrui è in grado di fornire, il contributo europeo non sarà mai efficace. A detrimento dell’intero pianeta.Troppi condizionali per rispondere con immediatezza e concretezza ai problemi (immediati e concreti) con i quali si confrontano sempre più aspramente società e sistemi. Accelerare le riforme istituzionali, dotare l’Ue di una politica con la P maiuscola, accrescere nei cittadini la coscienza europea: sono le priorità assolute per chi ancora crede che l’unità e il benessere del Vecchio Continente servano all’unità e al benessere del mondo intero. Il 2014 dovrebbe essere l’anno in cui la figura del presidente dell’Unione europea potrebbe vedere la luce.