FRANCIA

Perdonare se stessi

Agapa: a Parigi un singolare aiuto alla vita

Come affrontare la sofferenza che si prova perdendo un bambino o un feto, che si tratti di un’interruzione volontaria di gravidanza, di un aborto medico o di un problema verificatosi alla nascita? Rivolgendosi all’associazione parigina Agapa, chi non riesce a superare questo ostacolo, può trovare sostegno e ascolto; l’aspetto singolare di Agapa consiste in un accompagnamento strutturato, idoneo a far ritrovare a queste persone uno slancio di vita. Ne parla Armelle Breton, nell’ultimo numero della rivista “La vie”.Agapa, un’ancora di salvezza. 40 anni, quattro figli e due bambini persi a 5 e 6 mesi di gravidanza (uno nel 2001 e l’altro nel 2003), Nathalie vive «con un enorme peso sul cuore». Ciò che per lei erano avvenimenti che le avevano segnato la vita, si riducevano per gli altri a incidenti di percorso. «C’è uno scarto immenso tra ciò che vive interiormente la donna e la reazione di chi le sta accanto o più in generale della società», commenta Guillemette Porta, volontario di Agapa e portavoce dell’associazione. «È necessario aiutare queste persone a “rivivere” nuovamente questa realtà e ad includerla nella loro vita – precisa Guillemette Porta – questi eventi non possono essere cancellati». Lo conferma Nathalie: «Ho trovato delle persone che mi hanno ascoltato; ciò mi ha permesso di porre fine a un periodo di sofferenza, e di trovargli un posto nella mia vita. Il peso che sentivo è svanito, mi sento serena». Invece Sidonie, 36 anni, ha praticato l’interruzione volontaria di gravidanza. «Nel 1997, a un mese dalla rottura con il mio fidanzato, mi sono resa conto di essere incinta. Decisi di abortire. In quel periodo, non trovai nessuno con cui parlarne. Per molto tempo mi sono portata dentro un sentimento di colpa, che mi spingeva ad autopunirmi. Dopo un primo periodo da uno psicoterapeuta, mi sono rivolta ad Agapa dove, per la prima volta, ho avuto l’impressione di poter instaurare un rapporto confidenziale. Non mi hanno fatto la morale. Il percorso intrapreso ha richiesto un serio impegno da parte mia. Grazie a quello, oggi, riesco ad includere l’aborto nella mia vita, trovandogli un posto». Isabelle, 28 anni, ha partorito un bambino nato morto. «Due mesi dopo mi sono rivolta ad Agapa. Sei mesi, mi sembrava un periodo lungo. I miei appuntamenti con l’associazione sono stati la mia ancora di salvezza e oggi posso voltare pagina». Quattro tappe per riprendere in mano la propria vita. Il percorso proposto dall’associazione prevede quattro tappe. Il primo momento è dedicato alla “rilettura” della propria storia personale e familiare. In seguito si lavora sulla ricostruzione della stima si se stessi. «Queste donne hanno in generale poca stima di sé – precisa Guillemette Porta – le aiutiamo a scoprire quelle che sono veramente, (non quelle che ogni giorno dicevano di essere) con la loro forza e la loro fragilità». In seguito si arriva alla parte centrale del percorso, il lutto provato, che provoca dolore anche quando si tenta di nominarlo: «piccole creature», per alcune, «questo», per altre. Le parole usate per descrivere questo momento suggeriscono una prima traccia di una realtà negata, soffocata o respinta. Infine, la quarta tappa, quella del perdono. Il nome dalla connotazione religiosa ricorda che Agapa è stata creata nel 1993 dalla diocesi di Parigi partendo dalla considerazione che la lotta ideologica tra pro e anti-aborto relega sullo sfondo la sofferenza di alcune donne. Ma avverte Tauss: «non si tratta di un perdono virtuoso, ma di una riconciliazione con se stessi, sola via d’uscita per riprendere in mano la propria vita»Una psicoterapia? Cosa pensano gli psicanalisti di questo percorso di sei mesi circa che, per diversi aspetti, riprende le “sembianze” della psicoterapia? Un tête a tête con una persona che ascolta una volta a settimana, un viaggio dentro se stessi, fino al versamento di 20 euro a fine seduta, per la partecipazione delle spese dell’associazione. «Noi non ci presentiamo come terapeuti ma come persone che sanno ascoltare. E il nostro percorso in venti incontri è limitato nel tempo», commenta Porta. Le volontarie dell’associazione dicono inoltre di saper orientare le persone di cui le sofferenze patologiche non rientrano nelle loro competenze. Agapa accoglie tutti e l’intento non è quello di fare proselitismo. Questo è il carattere cristiano dell’associazione.