BALCANI
Patrimonio culturale come arma o come via di riconciliazione?
“Holy Places and religious Istitutions” (luoghi sacri e istituzioni religiose) è il tema del convegno internazionale che si è svolto il 10 e 11 dicembre a Roma, su iniziativa della Libera università Maria Ss. Assunta (Lumsa), con la Columbus school of law e The Catholic university of America, per approfondire gli approcci giuridici e religiosi dei luoghi di culto con particolare rifermento a quelli nei Balcani e in Terra Santa. “Si tratta, innanzitutto, di avere una nozione precisa di luogo di culto e luogo sacro” spiega a SIR Europa il rettore della Lumsa, Giuseppe Dalla Torre portando l’esempio del termine moschea, che “non è una chiesa cristiana e non è necessariamente un luogo di culto. Serve trovare un linguaggio comune che, in questo ambito, sappia individuare e rappresentare le medesime esigenze e situazioni”. Kosovo e Bosnia. “Il passato è una lezione per il futuro. In Kosovo stiamo cercando di costruire questo futuro nello spirito e nell’umanità del nostro Nobel, Madre Teresa di Calcutta che ha sempre cercato la pace e la speranza per il nostro Paese”. Baki Svirca, direttore dell’istituto per la protezione dei monumenti del Kosovo ha spiegato così l’importanza dell’eredità culturale di quella che è “il più giovane Stato in Europa”. “Nel 20° secolo abbiamo visto la mancanza di rispetto per la creatività artistica. Le opere d’arte sono state usate come strumenti per conseguire fini politici. Ci sono stati dei momenti storici in cui la strategia politica era quella di finanziare ricerche sul patrimonio culturale per provare a giustificare la supremazia di una certa nazione, di una certa razza o religione su altre. L’arte usata per accampare dei diritti su territori e nazioni, e il Kosovo non è una eccezione”. Tutt’altro. “Tornando indietro nel tempo – ha aggiunto Svirca – possiamo affermare che in questa terra il patrimonio culturale in molti casi è stato considerato uno strumento molto forte nella mani del sistema politico per inventare verità storiche e politiche. La politicizzazione dell’eredità culturale kosovara ha avuto l’effetto di distruggere il patrimonio culturale e artistico del Paese”. Diversi gli esempi: “la distruzione a Pristina di antichi oggetti religiosi tra il 1945 e il 1960 ad opera del regime di quel tempo, quella di moschee, di chiese di sinagoghe. Tutte cose che la popolazione aveva protetto per secoli”. La guerra in Kosovo del 1998-1999 ha provocato gravi ferite al patrimonio culturale kosovaro: secondo dati forniti dal direttore, sono state abbattute più di 200 moschee, 450 case fortificate (kullas), molte chiese cattoliche e centinaia di abitazioni di antichi villaggi. Nel marzo del 2004 furono danneggiati 37 siti cristiano-ortodossi di importanza storica e protetti dalla legge”. Ad oggi l’istituto diretto da Svirca gestisce 426 monumenti, da siti archeologici a cimiteri, da luoghi di culto cristiani, cattolici e islamici a biblioteche o strutture di chiaro interesse sociale. Secondo Amra Hadzimuhaedovic, membro della Commissione per la protezione dei monumenti nazionali della Bosnia e Herzegovina, tre sono i concetti nella percezione dei luoghi sacri in Bosnia, “la complessità, il conflitto e la competizione delle identità”. “In Bosnia abbiamo tre tradizioni sacre – ha spiegato – i cui benefici sono stati da tutti condivisi. Pensiamo alla struttura della città bosniache con la chiesa sulla collina e la moschea nella valle e i luoghi sacri posti anche nelle grotte, tra le rocce, fra gli alberi per celebrare riti come il solstizio d’estate ed altri riti”. “Dopo il conflitto è urgente perseguire vie di riconciliazione anche attraverso l’arte e i monumenti. A questo scopo stiamo organizzando dei laboratori estivi sulla tolleranza, con temi quali “Distruzione del tempio?”, “Conversione del tempio?”, “Costruzione/ricostruzione del tempio?” e “Un tempio condiviso?”.Serbia. La riconciliazione attraverso il patrimonio culturale e l’arte non sembra, invece, attuabile per Mirjana Menkovic, consigliere del Museo etnografico di Belgrado e responsabile del centro Mnemosyne, per la protezione del patrimonio culturale e naturalistico del Kosovo e Metohija (il secondo termine è il nome tradizionale serbo per la parte occidentale della provincia, ndr). In aperto contrasto con le dichiarazioni di Svirca, Menkovic, richiamando la presenza di monumenti serbi nel territorio kosovaro, ha affermato che “la dissoluzione del sistema di protezione del patrimonio culturale del Kosovo del 1999 mise in disparte gli esperti serbi dai network istituzionali”. Ciò significa che “non ci sono le basi per rilanciare un processo di riconciliazione. È cruciale invece che gli esperti serbi facciano il loro lavoro e che la cooperazione sia ristabilita”. “Il discredito gettato sugli esperti serbi da una serie di giudizi arbitrari nel campo del patrimonio artistico ha azzerato le identità culturali, in particolare quella serba, e il carattere multietnico del Paese a favore della creazione totalmente ingiustificata di una cosiddetta nuova identità kosovara”.