EMILIA ROMAGNA

Un progetto aperto

Servizio civile: anche giovani “senza cittadinanza italiana”

Guardare al futuro ribadendo il valore e le radici di quell’esperienza nata come “obiezione di coscienza” al servizio militare, e oggi chiamata “servizio civile”. Così si è presentata la “Terza conferenza regionale del servizio civile” che la Regione Emilia Romagna ha tenuto il 5 dicembre a Forlì. I numeri mostrano, negli anni, un declino dei posti finanziati dallo Stato: 2.858 nel 2007, 1.865 nel 2008, mentre ora si paventa un’ulteriore riduzione dei fondi. Ma al servizio civile nazionale, rivolto a ragazzi e ragazze con la cittadinanza italiana, in Emilia Romagna se ne affianca uno regionale, dedicato a giovani stranieri tra i 18 e i 28 anni non compiuti, in regola con il permesso di soggiorno; 110 i giovani che lo stanno svolgendo, ai quali la Regione riconosce un rimborso mensile di 360 euro. Un servizio civile per gli stranieri. “Il servizio civile regionale è una caratteristica dell’Emilia Romagna: in Veneto vi è un’iniziativa analoga, ma limitata ai cittadini comunitari”, spiega Angelo Bergamaschi, responsabile del Servizio regionale programmazione e sviluppo del sistema dei servizi sociali. Alla base della scelta la decisione del servizio civile nazionale di escludere da questa possibilità gli stranieri, anche se residenti in Italia da anni, “adducendo il motivo che la difesa della patria spetta ai cittadini”. “Il nostro criterio, invece, è quello dell’appartenenza a una comunità come fonte di diritti e doveri”, precisa Bergamaschi: ecco dunque che il progetto si rivolge a quanti sono “integrati nella nostra società” benché senza la cittadinanza. Attivo dal 2005, il servizio civile regionale è concentrato sui giovani stranieri “per il riscontro ampiamente positivo avuto negli anni con quest’esperienza”; in più propone – senza però riconoscimenti economici – iniziative di sensibilizzazione per i giovani tra i 15 a i 18 anni e per gli anziani.Servono giovani per l'”assistenza alla persona”. Tra fondi ridotti e problemi burocratici, tuttavia, a pochi anni dalla fine della leva obbligatoria e dell’obiezione di coscienza i problemi non mancano. “Proprio adesso che è in corso una revisione normativa del servizio civile sarebbe auspicabile l’istituzione di un fondo nazionale stabile e continuativo”, chiede Paolo Rabboni, referente regionale del servizio civile per la Caritas. Inoltre, Rabboni mette in guardia da modifiche che potrebbero portare a pensare questa forma di servizio “con troppa flessibilità, quasi fosse una scelta per impiegare il tempo libero, anziché un anno da dedicare a un’esperienza forte, utile per se stessi, per la propria crescita personale, per gli altri e per lo Stato, poiché si pone a difesa dei bisogni del territorio”. Riguardo alle destinazioni scelte dai giovani, “alcuni settori – riconosce Bergamaschi – «attirano» di più: così, ci sono molte domande per progetti che riguardano l’ambiente o servizi culturali, mentre nell’ambito dell’assistenza alla persona le richieste sono inferiori ai bisogni”. Un dato confermato dalla Caritas, che dedicandosi esclusivamente a progetti di assistenza alla persona vede giungere circa 7 domande ogni 10 posti finanziati. Curare il “prima”. “Fare servizio civile oggi è difficile – denuncia Rabboni -: per i pochi fondi a disposizione non tutti i progetti vengono finanziati, e una volta giunto l’ok per il finanziamento non è detto che ci sia il ragazzo o la ragazza disponibili”. Sapere in anticipo le risorse su cui contare, secondo il referente della Caritas regionale, sarebbe utile per “non sprecare tempo in tanti progetti che poi non vengono finanziati” e renderebbe possibili “sinergie tra i diversi enti per realizzare meno progetti, ma di maggiore qualità”. Occorre “curare il «prima»”, e a tal fine sono “molto valide” quelle esperienze che coinvolgono i giovani dai 15 ai 18 anni. Oltre alle “iniziative di sensibilizzazione” della Regione, anche la Caritas va nelle scuole e propone 20-30 ore di servizio civile. “Un’esperienza del genere è già buona in sé; inoltre consente al ragazzo di prendere contatto con un ente di servizio civile, così se poi decidono di dedicarvi un anno lo possono fare con maggiore consapevolezza”.Serve una programmazione. Il presidente della Crescer (Conferenza regionale enti servizio civile Emilia Romagna), Giorgio Bonini, riconosce come l’Emilia Romagna sia “una delle poche regioni con una legislazione specifica sul servizio civile”, istituita una prima volta nel 1999 e, poi, nel 2003, allorquando nacque il servizio civile volontario. Bonini lamenta tuttavia alcune “inadempienze”, come la “mancata adozione degli atti di programmazione previsti: il documento di programmazione triennale e i relativi piani annuali, atti che dovevano dare stabilità e continuità al sistema”. Un limite che, però, trova origine in un decreto legislativo (77/02), con cui lo Stato “ha di fatto limitato a funzioni sostanzialmente gestionali-amministrative le competenze delle Regioni”. a cura di Francesco Rossi(12 dicembre 2008)