UCRAINA

Sulla linea di confine

Cristianesimi a confronto sull’Europa: segnali di novità

“Una Istanbul musulmana è di fatto più vicina all’integrazione europea di una Kiev ortodossa; paradosso non da poco, peraltro spiegabile con il fatto che la linea di confine tra cristianesimo occidentale e orientale è quella che tuttora divide l’Europa in due”. Esiste insomma “un’ortodossia più lontana dall’Europa di un certo tipo di islam”. Ne è convinta Oxana Pachlovska, docente di storia all’Università “La Sapienza” di Roma e membro dell’Accademia nazionale ucraina delle scienze. Intervenuta nei giorni scorsi ad una tavola rotonda promossa a Roma dall’Istituto Luigi Sturzo e dall'”Associazione Desiderio Pirovano”, la storica ha spiegato: “Tra questi due mondi l’Ucraina viene vista come cesura: essa stessa spaccata fra cattolicesimo e ortodossia e, quest’ultima, a sua volta caratterizzata da una triplice divisione interna”. A Kiev le radici. Kiev, ha rammentato Pachlovska, “rappresenta le origini della statualità e della religiosità russa; nonostante ciò la Russia ha sempre tentato di reprimerne l’identità culturale e religiosa aperta all’Occidente”. Per la storica il mondo ortodosso “si presenta oggi vistosamente spaccato. Accanto ad una Russia sempre più ostile sia nei confronti dell’Occidente sia nei confronti dei suoi ex satelliti, e ad una Bielorussia pervicacemente sovietica, vediamo un’Ucraina che, pur tra mille difficoltà, sceglie la strada euroatlantica scontrandosi con Mosca; una Bulgaria, patria dell’ortodossia slava, che inaspettatamente si sgancia, e senza eccessivi patemi, dal monolite ortodosso; una Serbia un tempo ultranazionalista ed ora sulla soglia dell’ingresso nell’Ue”.L’identità ucraina. “L’ortodossia russa e l’ortodossia ucraina – chiarisce Pachlovska – non costituiscono un’unica entità; rappresentano anzi un antagonismo storico. Il modello bizantino del connubio trono-altare è stato la base su cui si è fondato (e cerca di rifondarsi) lo Stato russo, e ciò fin dai tempi di Ivan il Terribile”. È questa profonda matrice culturale ad avere “da sempre costretto la Chiesa ad una funzione subalterna al potere politico”. Diversa, invece, la vicenda ucraina. “Costretta a subire un potere che veniva dall’esterno – rammenta la storica -, la società ucraina ha sviluppato una religiosità avversa al potere stesso, trovando nella sua Chiesa l’asse portante di una resistenza autenticamente popolare. In Occidente non si dà sufficientemente peso a questo aspetto che è invece di primaria importanza”. Prima che “la Chiesa ucraina fosse assorbita da Mosca verso la fine dei Seicento – prosegue – , la società locale aveva allacciato rapporti strettissimi con la cultura polacca, avendo fatto a lungo parte della Repubblica polacco-lituana”. Per questo nel Paese si è sviluppata “l’unica cultura ortodossa aperta alla cultura latina, alle istanze europee e occidentali”. Ed anche se dal 1686 “l’Ucraina dovette subire una pesante opera di russificazione, le profonde radici della sua identità nazionale sono rimaste intatte”. Qualcosa di nuovo. Per la studiosa “il risultato della sovietizzazione della Chiesa è stato devastante sul piano morale, religioso, politico. L’uso politico della Chiesa ai tempi dell’impero ha di fatto consentito la manipolazione sovietica della Chiesa ai tempi del regime, con il denominatore comune di un popolo pazientemente succube” e la conseguenza di “una società avulsa dalla partecipazione politica”. Eppure, conclude, “si avverte qualcosa di nuovo nell’aria: dopo la visita del patriarca Bartolomeo a Kiev nello scorso luglio, siamo nell’ottica di una possibile unione delle Chiese ortodosse ucraine sotto l’egida del Patriarcato di Costantinopoli, loro sede storica, e a novembre, in occasione del 75° anniversario del Holodomor, la Chiesa ha riconosciuto la strage come genocidio del popolo ucraino, fatto fino a poco tempo fa impensabile”.Storia di martirio. Ripercorrendo le vicende della Chiesa ortodossa russa nell’era staliniana, lo storico Roberto Morozzo Della Rocca ha parlato di “una storia di grande sofferenza e martirio”. “La separazione Chiesa-Stato riconosciuta negli anni Venti del secolo scorso – ha spiegato – ha in realtà istituzionalizzato una forma di oppressione dello Stato verso la Chiesa, privata di personalità giuridica”. Richiamando le “ondate” di persecuzioni subite dalla Chiesa, Morozzo ha rammentato “il primo gulag per ecclesiastici che nel decennio 1920-1930 raccolse ortodossi, cattolici orientali, armeni e perfino alcuni muftì islamici” e “costituì il modello per i successivi gulag staliniani”. Negli anni 1929-32 (della lotta contro i kulaki) e 1937-39 (delle “grandi purghe”), “il ceto ecclesiale scomparve quasi ovunque”. “Dei 272 vescovi presenti nel Paese nel 1914 – ha reso noto lo storico – alla fine degli anni Trenta ne erano rimasti 4; i preti da oltre 5.100 si ridussero a qualche centinaio”. Dei mille monasteri non ne rimase uno, mentre le chiese, 54mila nel 1914, alla fine degli anni Trenta erano un centinaio. Nonostante questo “piano di estirpazione”, un censimento del 1937, rimasto segreto fino al 1990, “rivela che la metà della popolazione si definiva credente”.