SVIZZERA

Più aria europea

Tra lo spazio Schengen e l’adesione al sistema di Dublino

La Svizzera è sempre meno un isolotto all’interno dell’Unione Europea. Entrando formalmente nello spazio Schengen il 12 dicembre scorso e aderendo al sistema di Dublino, gli svizzeri sono di fatto assai più “europei” di quanto non vogliano pensare e diventano sempre più “euro-compatibili”. In realtà, non è possibile per il nostro piccolo Paese, circondato da Stati membri dell’Unione europea, sopravvivere chiudendo le frontiere. Già da molto tempo, la Svizzera guadagna un franco su due all’estero. Il nostro attuale benessere (che non è sempre stato la regola, in quanto numerosissimi svizzeri sono emigrati nei secoli passati semplicemente per sopravvivere alla miseria delle campagne) dipende in larga misura dalle nostre relazioni con i Paesi limitrofi. E’ d’altronde per questo motivo che la Svizzera aveva firmato già nel 1999 gli accordi bilaterali con l’Unione europea, che facilitavano l’accesso dei prodotti svizzeri sul mercato europeo.Questo l’hanno capito anche i sindacati dei lavoratori, che un tempo temevano che l’apertura delle frontiere potesse portare a un ribasso salariale e sociale. L’unica cosa su cui sono intransigenti, e a ragione, sono le misure di accompagnamento, che mirano a impedire il “dumping” salariale e il peggioramento delle condizioni sociali dei lavoratori.Il sindacato UNIA, che è la forza principale dell’Unione sindacale svizzera, sostiene con convinzione il principio della libera circolazione delle persone, su cui si esprimerà il popolo svizzero con un voto popolare il prossimo 8 febbraio. Sabato 13 dicembre a Berna, i delegati UNIA hanno approvato (con 89 voti a favore e soltanto 6 astensioni) l’accordo per la libera circolazione con l’Unione europea e la sua estensione alla Bulgaria e alla Romania. I grandi partiti politici sono favorevoli al proseguimento e all’estensione dell’accordo. L’UDC (Unione Democratica di Centro), il partito dell’ex consigliere federale Christoph Blocher e del nuovo consigliere federale Ueli Maurer, noto per le sue posizioni nazionalistiche ed anti-europee, è diviso. La tendenza “blocheriana” dell’UDC parla di una “libera circolazione dei disoccupati, dei mendicanti e di altri approfittatori”, mentre l’ala economica e pragmatica del partito prende posizione a favore del proseguimento dell’accordo. Per quanto riguarda la Convenzione di Dublino, entrata in vigore in Svizzera a dicembre, anche se favorisce i Paesi che si trovano all’interno dell’Unione, crea problemi a quelli che si trovano ai margini dell’Europa. Il suo scopo è quello di ostacolare il cosiddetto “turismo dell’asilo”: il richiedente non potrà quindi più presentare domanda in più paesi. E, in caso di rifiuto, non potrà più tentare la fortuna in un altro Stato firmatario della Convenzione. Una parte della sinistra parlamentare esprime critiche nei confronti di Dublino, ma nell’insieme accetta la Convenzione, una scelta condivisa da alcune organizzazioni di aiuto ai rifugiati, come l’OSAR, che ha aderito già da qualche anno a Schengen/Dublino con un “consenso privo di entusiasmo”, ritenendo che questi accordi rappresentassero una tappa decisiva nella rottura con la via solitaria presa finora dalla Svizzera nell’ambito dei rifugiati.Oggi, l’OSAR è più critica ed esprime disappunto per la maniera concreta in cui questa convenzione sarà attuata dalle autorità federali. Essa teme che alcuni richiedenti asilo non potranno più avere accesso a procedure che garantiscano una corretta gestione dei loro dossier. (cfr. ECRE e il Programma europeo per i rifugiati – www.ecre.org/it)  In pratica, la Svizzera, che si trova al centro dell’Unione europea, sarà avvantaggiata dal sistema di Dublino – la Confederazione dovrà occuparsi esclusivamente delle persone arrivate in aereo per le riunioni familiari -, mentre la pressione migratoria viene esercitata soprattutto sui Paesi meridionali e orientali dell’Unione europea. Ciò non è privo di tensioni, perché le regioni frontaliere dell’Unione europea sono anch’esse messe eccessivamente sotto pressione, e questi Paesi spesso non sono in grado di garantire adeguato sostegno e protezione ai richiedenti asilo. Quanto alla Chiesa in Svizzera, la sua posizione in materia di irrigidimento del diritto di asilo è chiara, e resta vigile di fronte al dispositivo in corso di attuazione.