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L’Europa e il conflitto nella Striscia di Gaza
Una fragile tregua, non sempre rispettata, di poche ore al giorno. Giusto il tempo per far passare qualche camion con aiuti umanitari, distribuire pochi generi alimentari e medicinali, consentire i soccorsi ai feriti e recuperare, pietosamente, i cadaveri rimasti per strada. Poi ancora il sottofondo dell’artiglieria, i colpi di fucile e le bombe per le strada di Gaza, i missili di Hamas in direzione di Tel Aviv. In Terra Santa la gente muore. E a nulla valgono le giustificazioni politiche, le strategie militari, i discorsi dei leader dell’una e dell’altra parte. Il ritorno della guerra, la pace sacrificata a principi mai sufficientemente convincenti, sono la realtà quotidiana in questa nuova fase dello scontro tra israeliani e palestinesi.È toccato ancora una volta a papa Benedetto XVI ricordare al mondo intero l’urgenza di far tacere le armi, che vanno solo a scapito di “popolazioni vittime dell’odio”, e che “la guerra non è la soluzione dei problemi”.Finalmente in questi giorni, dopo un rodaggio sempre troppo prolungato, i motori della politica internazionale stanno entrando a regime. Le Nazioni Unite, attraverso gli appelli del segretario generale Ban Ki-Moon, hanno invocato il cessate il fuoco; ma il Consiglio di sicurezza non è stato capace di approvare una risoluzione in tal senso. La diatriba sul significato delle singole parole ha avuto la meglio sul valore delle vite umane che ogni minuto vengono sacrificate in Medio Oriente. Dal canto suo l’Unione europea è apparsa ancora troppo timida e divisa. Dopo alcune dichiarazioni contraddittorie da parte dei vertici Ue, è partita una delegazione alla volta dell’Egitto (mediatore riconosciuto dalle parti in causa), dei Territori palestinesi e di Israele. La “carovana” comunitaria era composta da uno stuolo di rappresentanti: il ministro degli Esteri di Praga Schwarzenerg, i colleghi di Francia e Svezia (precedente e prossima presidenza semestrale del Consiglio dei 27) Kouchner e Bild, l’Alto rappresentante per la politica estera Solana, la commissaria alle relazioni esterne Ferrero-Waldner. L’Ue ha così compiuto una serie di tappe per incontrare gli attori del triste copione, evitando però il rendez-vous diretto con i notabili di Hamas. In parallelo si è mosso il presidente francese Nicolas Sarkozy, fino a dicembre presidente dell’Unione, ora alla guida di turno del Consiglio di sicurezza Onu. In tandem con il presidente egiziano Hosni Mubarak, sembra aver costruito le premesse per una tregua permanente che, oltre a dare respiro alle popolazioni dilaniate dal conflitto, consentirebbe il ritorno dei negoziati politici. Ma per capire se una tregua durevole e il lavoro della diplomazia sono possibili ci vorranno giorni, forse settimane. Intanto si confermano l’unicità della situazione mediorientale e la sua cronica instabilità; il dedalo di interessi e il pesante fardello storico sembrano porsi di traverso rispetto alla pace tra i popoli che vivono in questo lembo di Asia. E le titubanze dell’Onu, le incomprensioni europee, le ingerenze e le pressioni di altri protagonisti (dalla Russia alla Lega araba fino all’Iran) non marciano nella giusta direzione.Sul versante europeo, in particolare, si prospetta una nuova fase di dissonanze in politica estera. La presidenza francese si era aperta con lo scontro nel Caucaso e Sarkozy aveva trascinato l’Ue in una mediazione rivelatasi efficace. Ora la guida dell’Unione è nelle mani della Repubblica ceca: se l’intricata questione del gas russo-ucraino o l’iter di ratifica del Trattato di Lisbona non possono sopportare atteggiamenti dilatori, tanto meno si può chiedere pazienza a chi muore in Terra Santa.