SENEGAL
Giovani ombre nere sulla spiaggia gialla di Dakar. Giocano a calcio, fanno flessioni sulle braccia, footing in riva al mare, corrono all’indietro su una improvvisata pista sabbiosa dedicata agli sportivi. Una esplosione di vitalità e forza esclusivamente maschile, ricca dei pochi anni ancora vissuti, povera di futuro in questa terra. I giovani di Dakar, alti e belli come è tipico dell’etnia wolof, sprizzano energia e vigore fisico da tutti i pori. Fa un po’ tristezza pensare che i più intrepidi tra loro lasceranno quelle spiagge dorate dove giocavano allegramente a calcio con gli amici, la sera al tramonto, per ritrovarsi ammassati sulle carrette del mare, e poi sporcizia e malattie, vessazioni e atteggiamenti ostili, alloggi di fortuna, sempre se “si avrà fortuna”. Il conquistato diploma rimarrà nei cassetti della casa di famiglia a Dakar, come pure la maglietta a strisce rosse e blu di Ronaldinho, e gli amici con i quali scambiare affettuosi abbracci dopo ogni partita. E fa anche un certo effetto vedere nel loro contesto gli stessi volti di senegalesi che a Milano, Bergamo o Roma vendono per strada cd, borse, oggetti africani in legno. E magari per le feste natalizie e di fine anno tornano a casa “per stare al caldo, perché in Italia fa troppo freddo” e, nel frattempo, danno una mano alla bottega di famiglia nel villaggio artigianale a misura di turista. “Anch’io vivo a Roma. Faccio il ‘vu cumprà’ a via Ottaviano”, dice fiero Aziz in perfetto italiano, mostrando il suo stand senegalese carico di soprammobili in ebano e maschere tradizionali. Mentre Mansour, con la sua vespa targata Bergamo parcheggiata più in là, sfodera una serie di “t’è capì?” ed altre espressioni gergali di grigie terre padane. Se molto ci è dato sapere sui tristi destini di chi tenta la fuga in Europa senza documenti e permessi, rischiando la morte in mare, i pregiudizi in loco o l’espulsione in arrivo, poco ci è noto, invece, delle famiglie e della vita che lasciano i molti che migrano per motivi economici, per il miraggio del benessere e dell’Occidente. E che sacrificano anni della loro migliore gioventù in Paesi che non li amano o li respingono, pur di assicurarsi, tramite le rimesse, una esistenza dignitosa in patria. Mamadou, 42 anni, fa ora il tassista per le strade di Dakar. Parla inglese molto bene, anzi, slang californiano. Per 17 anni ha vissuto a Los Angeles, anche lui vendendo oggetti africani per strada, ma con la “green card” (il famigerato permesso di soggiorno americano oramai accessibile a pochi) ed il tempo di sposarsi e fare due figli. Tutto questo tranquillamente, prima dell’11 settembre. “Cinque anni fa la polizia mi ha arrestato perché non avevo la licenza per vendere i miei prodotti racconta -. Sono stato 14 mesi in prigione. E’ stata molto dura, soprattutto perché dovevo lottare ogni giorno per farmi rispettare dai delinquenti più grossi”. Al carcere è seguita l’espulsione, ed il divieto di rimettere piede negli Usa per cinque anni. “Mia moglie ha voluto divorziare, e a Dakar ho dovuto inventare un’attività come tassista. I miei figli vengono a trovarmi ogni tanto, ma non mi piace stare lontano da loro. Tra un anno però potrò tornare”. Il sogno americano o europeo, nonostante ogni ostacolo o difficoltà, nonostante tutto. Le ombre nere sulla spiaggia si dissolvono all’orizzonte nella foschia sabbiosa creata dal vento del deserto. E un pallido sole offuscato tramonta su domani incerti. (21 gennaio 2009)