Mamma per tutti

SENEGAL

C’è un villaggio, sperduto nel cuore del Senegal, dove le ragazze che restano incinte rischiano di essere espulse dalla comunità, perché un capo religioso musulmano troppo intransigente non ammette deroghe a questa regola morale. E c’è una donna con quattro figli che raccoglie i bambini abbandonati nell’ospedale di Tambacounda, la cittadina polverosa e anonima nel sud-est del Paese dove lavora come aiuto-infermiera. Qui vanno a partorire le giovani donne lontano da casa, pur di evitare un esilio forzato che psicologicamente e materialmente non riuscirebbero a sopportare. Alcune di esse, spinte dalla disperazione più assoluta, arrivano al punto di non ritorno: uccidono il bambino appena nato e, se scoperte, finiscono direttamente in carcere. “Lo scorso anno in ospedale sono stati abbandonati 15 neonati – racconta la coraggiosa protagonista di questa storia, Geraldine Cira Bidiar, cattolica, aiuto infermiera al centro di reidratazione nutrizionale Uro-Cren -. Da quattro anni ho preso in affitto una casa dove vivo con mio marito e i miei due figli più piccoli. Accolgo i bambini che non riesco a dare in adozione tramite il tribunale. Ora ne ho tre molto piccoli ma non ho i mezzi per sostenerli. Mi faccio aiutare da altre infermiere dell’ospedale, che mi passano un pò di latte e di cibo per lo svezzamento. So che la mia è una sfida difficile, ma non sopportavo più di vedere i bambini soffrire”. Parla tra le lacrime Geraldine, avvolta nel suo boubou rosa confetto, sfoderando una determinazione da Don Chisciotte contro i mulini a vento, accompagnata da decine di fogli, progetti, lettere di richieste di fondi alle istituzioni nazionali e locali, cordialmente respinte al mittente con la consueta formalità. Perché non è facile, in una società che sembra non prestare grande attenzione ai problemi sociali, ricevere aiuti dai vari enti competenti, dal ministero ai servizi locali. Allora bisogna cominciare a bussare incessantemente alle porte delle organizzazioni non governative straniere, anche a quelle di passaggio per un breve viaggio. Geraldine lavora nell’anonimato, anche se si presenta come presidente dell’associazione “Edeukeur” (che significa “coinvolgersi, solidarizzare” nella lingua della Bassari, la zona di cui è originaria). La mancata formalizzazione dell’organizzazione le è sicuramente d’intralcio nella presentazione del suo progetto, che è quello di costruire un orfanotrofio per accogliere i bambini di Tambacounda in un terreno già identificato. “In un villaggio dei dintorni – racconta – c’è una forte pressione sociale che spinge le ragazze madri ad abbandonare i propri figli pur di non vivere l’infamia della loro condizione. L’imam è molto severo e non ammette eccezioni. Ogni tanto mi portano anche bambini abbandonati per strada. Anche oggi mi hanno chiesto di accoglierne uno, ma non ho potuto perché non ce la faccio economicamente. I miei figli mi aiutano nell’accudimento dei bambini, ma finché non avrò una vera struttura non riuscirò a lavorare bene. Le difficoltà sono tante ma ho anche fiducia in Dio”.Geraldine è di etnia Bassari, un migliaio di persone che vivono in una zona isolata al confine con la Guinea Bissau, dove la modernità (disdetta o fortuna?) fatica ad arrivare. I Bassari, riservati e gentili, praticano i culti animisti (ma c’è anche una piccola minoranza cristiana), e preservano ancora le loro tradizioni. Anche quella per cui le donne, se scontente dei mariti, possono divorziare con estrema facilità. Un contrasto estremo in un Paese assolutamente musulmano come il Senegal, dove la poligamia è pratica molto consueta e le donne vi sono costrette spesso per motivi economici. Geraldine, da brava cattolica, deplora questi comportamenti e pensa che la Chiesa debba fare un grande sforzo per sensibilizzare la popolazione sul valore della fedeltà e indissolubilità del matrimonio. (21 gennaio 2009)