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Gli occhi dell’Europa puntati sugli Usa da dove è venuta la crisi
La crisi c’è, eccome. Certificata dai dati diffusi lunedì 19 gennaio dalla Commissione Ue. Anzi, la brusca frenata dell’economia europea – in un contesto internazionale quanto mai precario – appare più grave di quanto immaginato. Persino Joaquin Almunia, guardiano del settore finanziario, che raramente appare corrucciato, ammette con tono grave che di ripresa “lenta e graduale” si potrà forse parlare verso la fine del 2009 se non all’inizio del 2010, mentre la recessione “avrà ripercussioni notevoli sull’occupazione e sulle finanze pubbliche”. Il rallentamento del Prodotto interno lordo è generalizzato, i conti pubblici sono in rosso e solo l’inflazione è destinata a segnare il passo. Nessun paese può dirsi tranquillo: non la Germania, non Francia, Spagna e nemmeno Regno Unito. Vacillano pure le “piccole” economie virtuose di Austria, Paesi Bassi e Italia. La crisi non fa sconti neppure ai singoli settori produttivi: quando il treno decelera, tutti i vagoni seguono la locomotiva. E mentre annaspano meccanica, tessile e chimica, per ridare ossigeno al comparto auto devono intervenire, con criteri discutibili, Ue e governi nazionali. Del resto pochi mesi fa in tutta Europa s’era provveduto a tappare le falle bancarie… Giustamente il documento previsionale Ue mette le mani avanti. Almunia non ha la sfera magica per stabilire cosa accadrà fra tre o sei mesi, oppure tra un anno. Per cui la Commissione preferisce stendere nero su bianco che “una grande incertezza grava su queste previsioni, in quanto ci troviamo di fronte alla peggiore crisi che l’economia mondiale abbia attraversato dalla seconda guerra mondiale”. Come dire: per ora la vediamo così, ma potrebbe andar peggio. In un simile quadro occorrerà avere una duplice attenzione: anzitutto verso i risultati che produrranno le misure di sostegno alle economie nazionali stabilite a fine anno dai Ventisette; in secondo luogo verso le dinamiche dell’economia mondiale. Perché nell’era globale l’interdipendenza è cresciuta a dismisura e anche l’Europa potrebbe sfruttare – o viceversa subire – le evoluzioni della situazione statunitense, cinese oppure indiana. La crisi, tutti lo sanno, è partita dagli Stati Uniti: quindi sguardi puntati oltre Oceano e al nuovo presidente Barack Obama.