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Una sfida democratica

Il ruolo dei partiti politici per le elezioni europee di giugno

Come avviene dal 1979, anno in cui venne introdotta l’elezione diretta del Parlamento europeo, nel giugno 2009 le cittadine e i cittadini dell’Unione europea potranno determinare essi stessi i loro deputati a Strasburgo per la settima volta. In questi 30 anni, il Parlamento Ue ha acquisito un influsso considerevole sulla politica e la legislazione comunitaria.È un influsso spesso sottovalutato. Chi si informa tramite i giornali o la televisione sugli sviluppi nell’Unione, riceve notizie insufficienti. I media sono orientati all’informazione nazionale; quando menzionano le questioni europee, quasi sempre lo fanno in riferimento ai protagonisti nazionali, per lo più capi di governo e ministri degli esteri, preferibilmente del proprio Paese. Tutto il resto rimane nella semioscurità. Dal confronto su quanto i giornali dedicano alle notizie delle capitali nazionali e quanto alle notizie da Bruxelles e Strasburgo, emerge una sproporzione quasi assurda, se si considera l’importanza generale e a lungo termine delle decisioni europee. Ciò rappresenta un vero problema per la comunità transnazionale. Le istituzioni europee non possono compensare con i propri mezzi la carenza d’informazioni che ne deriva e, da parte loro, i governi fanno poco per contrastare questo deficit. Ciò va a scapito della credibilità e dell’accettazione dell’Unione. La partecipazione alle elezioni del Parlamento europeo si è perciò ridotta nel corso dei decenni, sebbene l’importanza di questa istituzione sia costantemente cresciuta per la determinazione della direzione e dei contenuti politici dell’Ue. Da questo fatto si evince che esiste un deficit a livello di democrazia e che ciò mette in discussione la legittimità dell’intero processo d’integrazione. Come affrontare questa sfida? È ovvio attendersi che i partiti politici si facciano carico di creare ponti tra i cittadini e le istituzioni europee. Per far ciò, i partiti devono sviluppare strutture organizzative e comunicative idonee, che consentano loro di operare come entità attive a livello comunitario. I partiti hanno iniziato a farlo. Durante gli ultimi decenni, le classiche “famiglie” dei cristiano-democratici, dei socialisti e dei liberali si sono riunite in partiti europei. Sono nati il Partito popolare europeo, di orientamento cristiano-democratico, il Partito socialista europeo e il Partito europeo dei liberali, democratici e riformatori. Poi sono arrivati i Verdi europei e altre formazioni, che riuniscono ad esempio movimenti ambientalisti, oppure regionalisti o anche gruppi euroscettici e nazionalisti di diversi paesi. Ma non basta che i partiti si diano strutture europee. Le formazioni politiche nazionali devono “diventare europee”, facendo proprie le loro responsabilità politiche per il destino dell’Ue in modo programmatico e diretto – in un certo senso, quasi come sezioni nazionali dei partiti europei -, e confrontandosi con i problemi nelle loro dimensioni sovranazionali, al fine di poter dare risposte ai problemi esistenti a livello europeo. Così facendo, i partiti scopriranno che si tratta degli stessi problemi e delle stesse questioni che esistono a livello nazionale, ma che possono essere risolti in modo adeguato solo se trattati e affrontati nel contesto europeo. Purtroppo è vero che i partiti spesso vedono la loro funzione esistenziale solo nella misura in cui abbiano successo nella lotta per il potere o nell’esercizio del potere. Se non sono in grado di dare un senso politico e conseguentemente anche storico alla loro esistenza e al loro operato, i partiti restano privi di significato e perdono, in ultima analisi, anche la capacità di acquisire potere.