KOSOVO (2)

Dalla sofferenza alla rabbia?

Il grande rischio in una delle regioni più giovani d’Europa

I tavoli delle diplomazie internazionali, dove si cerca ancora una difficile intesa tra Pristina e Belgrado, appaiono lontani anni luce dalle strade trafficate delle città e dal silenzio dei villaggi del Kosovo. Qui la popolazione è chiamata a confrontarsi con problemi che accomunano tutti, indipendentemente dall’etnia e dalla religione. A un anno di distanza dall’indipendenza e ormai a dieci dalla fine della guerra, il Kosovo non è ancora, infatti, riuscito ad imboccare la via dello sviluppo rischiando di rimanere intrappolato in problemi divenuti ormai cronici. In questo contesto Michele Luppi, inviato SIR Europa in Kosovo, dopo aver incontrato mons. Dode Gjergji, amministratore apostolico di Prizren (SIR Europa 11/2009), ha avuto un colloquio con una rappresentante delle Ong che operano nel Paese. Giovani e migrazioni. “In questo anno – dice Lorena Martignoni, responsabile locale di Ipsia (Istituto pace sviluppo innovazione Acli – Associazioni cristiane lavoratori italiani) – abbiamo assistito ad un grande lavoro diplomatico ma poca attenzione è stata data ai problemi sociali. L’alto flusso migratorio è la dimostrazione del perdurare di questa situazione di crisi”. Da alcuni anni Ipsia è attiva nel monitoraggio dei flussi migratori informando, tramite un apposito sportello, le persone che intendono partire. Molto spesso giovani che faticano ad immaginare un futuro in questa terra. Il Kosovo è una delle regioni più giovani d’Europa dove un terzo della popolazione ha meno di quattordici anni. Ma in un Paese che non produce, dove la maggior parte delle fabbriche e delle miniere sono chiuse e la disoccupazione oscilla tra il 40 e il 60 per cento, per molti l’emigrazione è una scelta obbligata. È grazie alle rimesse frutto del loro lavoro che molte famiglie riescono a sopravvivere, senza dimenticare il contributo di associazioni e organizzazioni locali ed internazionali. Tra loro anche la Caritas Kosovo che ha da pochi mesi avviato una mensa dei poveri nel cuore di Pristina. Nonostante queste difficoltà in tutto il territorio continuano a sorgere nuove costruzioni, segno di una società spaccata in due dove il divario tra ricchi e poveri è costantemente cresciuto dalla fine della Jugoslavia. “Qui i giovani – continua la responsabile di Ipsia Kosovo – non hanno grandi speranze, per questo continuano ad emigrare all’estero quasi sempre raggiungendo parenti che già vivono fuori. Sono in molti a frequentare le tante università sparse nel Paese ma anche per loro dopo la laurea è difficile trovare lavoro. Non si può pensare di rimettere in moto l’economia, dando impulso allo sviluppo se non partendo da questioni fondamentali come il lavoro, le privatizzazioni delle vecchie imprese statali, il rilancio dell’agricoltura, la costruzioni di impianti e infrastrutture. Questioni fondamentali su cui tanto si è detto ma senza interventi decisivi”.Prezzi e salari. La stragrande maggioranza dei prodotti che si trovano nel Paese vengono importati dall’estero: in particolare da Macedonia, Germani e Serbia. La bilancia commerciale nel solo 2007 ha fatto registrare un deficit di quasi un miliardo e mezzo di euro, con pesanti ricadute sulla vita della popolazione. Una tendenza confermata nel 2008. In passato, ai tempi della Jugoslavia, l’economia di questa provincia, che pur era la più povera della federazione, si reggeva grazie all”attività delle miniere, in gran parte ferme, e alla produzione agricola. Ma anche l’agricoltura, importante in un territorio dove il 60 per cento della popolazione vive in aree rurali e impegna quasi un terzo della popolazione, fatica ad organizzarsi. Gran parte delle imprese sono di piccole dimensioni e a conduzione familiare, più dedite ad un’agricoltura di sussistenza che aperte al mercato. Sono poi in molti a vivere di lavoro nero, senza dimenticare i soldi derivanti dai traffici illeciti che transitano attraverso il Kosovo, tappa della lunga via balcanica verso l’Europa. “Il continuo ricorso alle importazioni – aggiunge Lorena Martignoni – ha portato ad un generale aumento dei prezzi che potremmo definire europei, mentre i salari sono fermi da anni e, spesso, non sono sufficienti a mantenere una famiglia. Lo stipendio medio di un insegnante pubblico o di un medico è di 230 euro. Una cifra insufficiente se consideriamo i prezzi dei generi di prima necessità”. Problemi comuni a tutti i kosovari. La mancanza di lavoro è oggi la principale emergenza del Paese e colpisce tutti senza distinzioni. È per queste difficoltà che, anche nella popolazione serba, i giovani tendono ad emigrare a Belgrado e molti dei profughi scappati nel dopoguerra hanno difficoltà a rientrare perché non vedono un futuro per loro in Kosovo.