PRIMA PAGINA

I “vecchi” e i “giovani”

Europa: le relazioni Ovest ed Est

Senza voler andare troppo indietro nel tempo e nella storia del nostro Continente, tre sono le pietre miliari che hanno segnato le relazioni tra i Popoli (e soprattutto i Governi) della parte occidentale e della parte orientale dell’Europa nel corso degli ultimi sessant’anni: la divisione in blocchi del lungo periodo post-bellico, la fine della divisione culminata con la caduta del Muro di Berlino e l’ingresso dei Paesi dell’Est nella Nato prima e nell’Unione europea poi. Dalla diffidenza della guerra fredda – e dalla sostanziale non conoscenza del vicino – si è passati nel giro di nemmeno tre generazioni ad una convivenza nuova, in certi casi ritrovata, le cui facce però sono molteplici e non sempre positive soprattutto per coloro che si trovavano un dì al di là della cortina di ferro. Emotività, da un lato, e mero interesse politico-economico, dall’altro, sono stati forieri di un ravvicinamento anche istituzionale che – approntato in fretta e non senza punte di demagogia ed approssimazione – ha voluto anteporre le ragioni dell’economia e a volte dello spettacolo mediatico a quelle della democratizzazione e dell’ammodernamento tanto della società quanto della pubblica amministrazione. Non vale per tutti i Paesi dell’allargamento… ma quasi.Un dato resta comunque certo ed incontrovertibile: la cosiddetta riunificazione tra Est ed Ovest la voleva la gente, la volevano coloro che hanno sofferto nel corpo e nello spirito sotto regimi antilibertari. È quindi giusta e sacrosanta, indipendentemente dai mezzi criticabili con i quali è stata perseguita e da alcuni fini per i quali è stata raggiunta. L’Europa non può non essere considerata un’unità, a maggior ragione nel mondo moderno.Tre sono i livelli che si possono prendere in esame per analizzare il cambiamento delle relazioni Est-Ovest: la politica, l’economia e la società. In politica – come spesso accade – tutto è (appare) più semplice. Le superpotenze non sono più tali, i legami con Washington e Mosca sono meno vincolanti: l’Unione europea rappresenta il naturale “approdo” storico e geografico della deriva post-comunista. Sedendo allo stesso tavolo in sede di Consiglio europeo nessuno (vecchi e nuovi) dubita dell’interesse dell’appartenenza alle Comunità, tant’è che la lista dei candidati all’adesione è ancora lunga, e che le porte di Bruxelles restano sostanzialmente aperte. In economia i problemi sono più evidenti. L’ingresso nell’Ue ha comportato una serie di adeguamenti strutturali il cui completamento – se si escludono Slovenia e Cipro – è ancora lungi da venire. Lo dimostra il numero esiguo dei Paesi dell’Est che hanno finora adottato l’Euro. Il passaggio da un sistema economico più o meno pianificato all’economia sociale di mercato (tra l’altro assolutamente imperfetta ed eterogenea da Stato a Stato) richiede tempo e aiuto da parte delle Istituzioni europee: aiuto che, in periodo di crisi finanziaria globale che colpisce in primis i “ricchi” rendendo loro estremamente difficile il rispetto del Patto di Stabilità, la stessa Europa fatica a garantire.La società. È una nota di speranza, al contempo gioiosa e dolorosa. All’iniziale entusiasmo per l’idea di libertà, non ha fatto da contraltare un tangibile sviluppo socio-economico: se il Pil medio aumenta, aumenta anche la povertà complessiva. Molte delle società dell’Est europeo sono a due o più velocità. L’adesione all’Unione europea ha arricchito pochi, ed impoverito molti. La disoccupazione è in crescita, donne e giovani non trovano lavoro malgrado i tassi d’istruzione siano a volte superiori rispetto all’Occidente. L’immigrazione, fenomeno atteso ma non nelle ormai allarmanti odierne proporzioni, è esplosa creando anche attriti sociali che sfociano in forme di degrado e di reazione neorazzista che chi ricopre cariche di responsabilità farebbe bene ad affrontare e ad arginare in scienza e coscienza nel più breve tempo possibile.Va da sé che l’apertura delle frontiere e la libera circolazione delle persone e delle loro idee sono una conquista di civiltà. Conquista che come tale va governata. La prima condizione per dare al cambiamento delle relazioni tra Est ed Ovest il volto positivo che tutti si aspettano consiste proprio nel porre in essere le condizioni minime necessarie per la comprensione e l’integrazione: dialogo, formazione, lavoro, assistenza sociale, politica della casa, lotta all’emarginazione, solidarietà. Consci del fatto che anche i “vecchi” Stati dell’Unione europea possono imparare tanto dai “nuovi”.