Parlamento Ue: tutelare la salute mentale"In Europa una persona su quattro soffre di problemi di salute mentale almeno una volta nella vita, mentre molte di più ne subiscono gli effetti indiretti". Ha suscitato interesse ancor prima di giungere in emiciclo la relazione della deputata greca Evangelia Tzambazi, posta all’ordine del giorno della sessione plenaria dell’Europarlamento, convocata a Bruxelles il 18-19 febbraio. Secondo il testo, "il costo finanziario della cattiva salute mentale è stimato per la società tra il 3% e il 4% del Pil degli Stati membri", la cui maggior parte "è legata in primo luogo all’assenza sistematica dal lavoro, all’incapacità di lavorare e al pensionamento anticipato". La relazione accoglie "positivamente il Patto europeo per la salute mentale e il benessere", ritenuto un impegno prioritario in ambito sociale e sanitario. La Tzambazi chiede l’adozione di una legislazione adeguata negli Stati Ue, sollecita campagne d’informazione "per promuovere la salute mentale" e per "destigmatizzarne i disturbi". Occorre inoltre "adottare programmi di prevenzione dei suicidi e attribuire particolare attenzione ai giovani, agli anziani e alle condizioni lavorative" più esposte.Lavoro: forti disparità tra le regioni europeeIl mercato del lavoro europeo presenta "sensibili disparità" regionali: lo dimostra una ricerca di Eurostat che mette a confronto i tassi di disoccupazione registrati nei diversi territori dell’Ue27. La ricerca (Eurostat, Statistiche in breve, 5/2009, "Regional unemployment") si fonda sugli ultimi dati disponibili e omogenei, risalenti alla fine del 2007, e dunque non tiene conto del peggioramento della situazione legata all’attuale crisi economica. "Nel 2007 vi si legge il tasso di disoccupazione regionale presentava forti disparità nell’Unione europea, andando dal 2,1% dello Zeeland (Paesi Bassi) al 25,2% nel dipartimento francese d’oltremare della Runion". Su 263 regioni (rispetto a un totale di 271) che mostrano statistiche confrontabili, "28 avevano un tasso di senza lavoro inferiore o eguale al 3,5%, ossia la metà della media Ue". Esse comprendono 8 regioni dei Paesi Bassi, 7 d’Italia, 5 del Regno Unito, 3 della Repubblica ceca e dell’Austria e due del Belgio. "All’altro estremo, 14 regioni registravano un tasso eguale o superiore a 14,2%, ovvero il doppio di quello medio comunitario". Fra queste, 5 regioni tedesche, 4 francesi, 2 spagnole e slovacche e una belga. Eurostat segnala anche le differenze riguardanti il mercato del lavoro femminile e giovanile. "Il tasso di disoccupazione femminile più modesto era, nel 2007, quello dello Zeeland olandese (2,4%), seguito dalla zona ceca di Praga (2,8) e da quelle britannica del Cheshire e olandese di Utrecht (2,9%)". Al contrario, la situazione peggiore è quella delle due zone spagnole di Ceuta (28,7%) e di Melilla (28,1). Allo stesso modo "le disparità regionali sono molto marcate" per quanto riguarda i giovani. "Nell’Ue27 i tassi più alti di disoccupazione si registrano nei dipartimenti d’oltremare francesi di Guadalupe (55,7%), Reunion (50,0), Martinica (47,8) e in Sicilia (Italia, 37,2%)".Commissione: "Favorire l’insegnamento prescolare""Un insegnamento prescolare di qualità comporta grandi vantaggi": è partito da questa convinzione l’Esecutivo Ue nel presentare uno studio dedicato all’educazione dei bambini da zero a sei anni. Per il collegio guidato da José Manuel Barroso, asili per l’infanzia e scuole materne strutture che peraltro assumono nomi diversi nei singoli paesi "danno una buona base per l’insegnamento scolastico e la formazione lungo tutto il corso della vita" e "contribuiscono a ridurre il fossato educativo per i bambini a rischio", appartenenti ad esempio a minoranze etniche o a famiglie sfavorite. Tra gli elementi che la Commissione ritiene invece indispensabili per assicurare "efficaci processi di apprendimento" figurano un’adeguata preparazione del personale insegnante, il coinvolgimento dei genitori, strutture ad hoc e maggiori finanziamenti pubblici. Le indicazioni emergono da una ricerca resa nota il 16 febbraio a Bruxelles, condotta dalla rete Eurydice (Ue), che analizza le politiche nazionali di 30 Stati (27 paesi membri, Norvegia, Liechtenstein e Islanda). Tra le principali conclusioni cui giungono gli esperti, si parte dal dato statistico secondo cui "l’87% dei bambini fino ai 6 anni frequenta una forma di insegnamento preprimario". L’Ue si è però assegnata l’obiettivo di far partecipare il 90% dei ragazzi agli asili o alle scuole materne entro il 2020. "Esistono peraltro grandi differenze tra i paesi e anche tra le differenti regioni per quanto riguarda l’età di ammissione, il tasso di partecipazione e il tipo di educazione e di accoglienza" riservata ai bambini. Fra i problemi che influiscono sulle iscrizioni in tali strutture, emergono "fattori culturali, sociali ed economici", "prima fra tutte la povertà".