Elezioni europee
Secondo un’indagine di Eurobarometro, effettuata nel 2006, otto cittadini su dieci dichiaravano di essere “abbastanza” o “molto” soddisfatti della propria vita, mentre la maggioranza degli intervistati era “ottimista” circa il futuro. Se l’istituto di sondaggi rivolgesse oggi le stesse domande a un giovane studente polacco, a una commessa spagnola o a un pensionato irlandese quali risposte otterrebbe?
Statistiche e sondaggi. Fotografare l’Ue non è semplice. Sia che si operi sul versante delle statistiche sia che si proceda mediante questionari che saggiano gli “umori” dei cittadini. Certamente in una fase come quella attuale, segnata dalla recessione economica, si avrebbero risposte preoccupate, benché pur sempre molto diverse fra loro a seconda del paese, dello stato sociale dell’intervistato e di altri fattori soggettivi. Eppure alcune indicazioni interessanti emergono dai puri dati statistici, così come si hanno indicazioni tendenziali mettendo a confronto fonti diverse. Come quelle che seguono, provenienti da Eurobarometro, Eurostat, istituti di ricerca privati, Commissione Ue, istituti statistici nazionali, elaborate negli ultimi 12 mesi.
L’era del “figlio unico”. Ad esempio è risaputo che la natalità sia in caduta libera in Europa, con il corrispettivo invecchiamento della popolazione: ma non tutti sanno che i ragazzi con meno di 14 anni sono meno di un quinto del totale degli europei e, secondo Eurostat, “nel 2050 la popolazione Ue conterà” di questo passo “30 milioni di abitanti in meno”. Ancora: ogni anno si registrano circa 800mila nati in meno rispetto a 25 anni fa: Irlanda, Francia e in genere i paesi del Nord mostrano migliori indici di natalità, mentre i più contenuti si verificano nelle nazioni mediterranee (Grecia, Spagna, Italia…). Così, nell’Ue27 i nuclei familiari con un figlio solo sono ormai in maggioranza; sul versante opposto, quelli con più di tre figli rappresentano il 4% del totale. Allo stesso tempo vediamo crescere l’età media delle mamme: in genere il primo figlio nasce quando la donna ha trent’anni.
Un aborto ogni trenta secondi. Un’analisi dei dati demografico-familiari rivela inoltre che il numero degli aborti resta elevatissimo, tanto da raggiungere circa il milione l’anno; in Europa, dunque, si effettua un aborto ogni trenta secondi. Dati poco rassicuranti giungono se si analizzano i dati delle unioni matrimoniali: nell’ultimo quarto di secolo le nozze (civili o religiose) hanno continuato a contrarsi e rispetto all’inizio degli anni ’80 sono 600mila in meno l’anno, con un arretramento del 23%. Nel frattempo si moltiplicano i divorzi, coinvolgendo un numero crescente di figli – circa 20 milioni -, divisi tra mamma e papà che hanno deciso di vivere separati.
Redditi e spese di famiglia. Restando tra le “mura domestiche”, è possibile qualche valutazione sui redditi familiari. In Europa, spiega uno studio di Eurostat condotto la scorsa estate, la metà dei salari che entrano in casa serve per pagare le spese per l’alloggio e gli alimentari. Ma le differenze fra paese e paese sono notevoli. “Un terzo delle spese delle famiglie – sostiene l’Ufficio statistico Ue – è consacrato all’alloggio, ivi comprese le bollette per gas, elettricità e acqua”. Mutui o affitti assorbono precisamente il 33% del bilancio; il 19% è destinato agli alimentari. Il 12% è destinato ai mezzi di trasporto (auto personale o mezzi pubblici), l’8% a tempo libero e cultura. In fondo alla classifica si collocano salute (3%) e scuola (1%). Le uscite maggiori per la casa si verificano in Bulgaria e Lussemburgo, le minori in Romania e a Malta. Per i cibi, invece, una famiglia rumena arriva a spendere la metà del reddito, il 37% in Lituania, solo il 12% in Gran Bretagna e Svezia. Per la carne in Svezia si spende meno del 2% del reddito, mentre in Romania il 12%. Giornali e libri oscillano dallo 0,6% della Bulgaria al 2,4% di Malta.
Protezione sociale? Un’altra fonte per conoscere l’Europa “dei popoli” è la “Relazione per il 2008 sulla protezione e l’inclusione sociale”, pubblicata dalla Commissione Barroso, imperniata su alcune “tematiche chiave” al fine di monitorare (e poi affrontare) con maggior esattezza quei problemi che riguardano i cittadini, le famiglie, le categorie “a rischio”. Molte difficoltà sono legate, stando alla Relazione, alla differente situazione sociale nei paesi aderenti, ai diversi standard di vita, ai livelli salariali, alla presenza o meno di servizi pubblici di qualità (scuole, ospedali). Nella relazione si legge, fra l’altro, che il 16% dei cittadini Ue “rimane esposto al rischio di povertà”, mentre un ulteriore 8% della popolazione non dispone di redditi sufficienti nonostante il fatto di avere un lavoro. “Sui 78 milioni di europei che vivono a rischio di povertà, 19 milioni sono bambini”.
(20 febbraio 2009)