UMBRIA
Una proposta di legge sulle politiche di genere
La Commissione speciale per le riforme statutarie e regolamentari della Regione Umbria ha licenziato la proposta di legge per l'”Istituzione del Centro per le pari opportunità e attuazione delle politiche di genere in Regione”. L’atto passa ora all’esame del Consiglio regionale. In Umbria il Centro per le pari opportunità c’è già; è stato istituito con legge regionale numero 51 del 1987. In questi venti anni di vita e attività, il Centro ha rappresentato, tra luci ed ombre, innovazioni e contraddizioni, eccellenze e battute di arresto, un filo importante della trama sociale, istituzionale e democratica su cui si è costituito il profilo dell’Umbria moderna. Lo Statuto regionale del 2005 dedica l’articolo 62 al Centro per le pari opportunità: “Il Centro… concorre… alla eliminazione delle discriminazioni fra i sessi e alla promozione di politiche di genere”. Molto lavoro è stato fatto. Ora si stanno studiando delle possibili modifiche alla legge del 1987 per esaltare ancora di più la funzione istituzionale del Centro, soprattutto per attuare il principio di pari rappresentanza di entrambi i sessi nelle liste elettorali e per individuare meccanismi idonei a garantire il rispetto del medesimo principio nella effettiva elezione. Rivedere la legge. “È necessario e urgente rivedere la legge del 1987″, afferma la presidente del Centro, Daniela Albanesi. “L’atto risente dei suoi venti anni, periodo nel quale, comunque, abbiamo raggiunto molti obiettivi. Tra tutti vorrei ricordare Telefono donna, servizio rivolto a tutte le donne che hanno subito delle violenze. È necessario avere al più presto la nuova legge, anche se le cose si muovono con lentezza e molta difficoltà, per poter qualificare sempre più i servizi che offriamo e per attualizzarli alle nuove esigenze”. L’Umbria è stata la prima Regione d’Italia ad avere un presidente donna, Maria Rita Lorenzetti; ora anche il direttore del maggior quotidiano regionale, “Il Corriere dell’Umbria”, è donna: Anna Mossuto. La discriminazione c’è. Nonostante questi dati, però, “la discriminazione c’è, è inutile negarlo”, dice Antonella Manni, giornalista delle pagine culturali del “Messaggero”. “I dati sull’occupazione femminile lo confermano ed è pure facile percepire una generale inclinazione ad assumere uomini piuttosto che donne. Ho la sensazione, però, che negli ultimi due decenni il panorama regionale si sia fatto più complesso e articolato di quanto non fosse fino agli anni Ottanta. È innegabile, ad esempio, che la progressiva diminuzione di offerta nel pubblico impiego abbia come risposta un aumento del lavoro esternalizzato: così che tutte queste donne, ma anche gli uomini, tra 30 e 40 anni non vedranno mai la pensione. Negli anni Settanta le donne hanno combattuto per la parità e i diritti, ma ora, quelle stesse donne, hanno anziani – e l’Umbria è una Regione che sta invecchiando sempre più – a carico e figli (maschi e femmine) precari. A ben guardare, dunque, le discriminazioni di genere sembrano di questi tempi intrecciarsi (ed essere addirittura superate) da altri tipi di discriminazione: tra gli altri anche quella imposta dall’appartenere ad un’altra generazione”.Incoraggiare la pari dignità. “Penso che rivedere la legge sul Centro – dice padre Luciano Temperilli, passionista, direttore della pastorale familiare della Conferenza episcopale umbra – sia un’ottima idea per monitorare ed incoraggiare la pari dignità tra uomo e donna nella società. Ci si augura che sia un Centro non ideologico e pluralistico, che sappia collegare le diverse sensibilità, culturali e generazionali, in modo da dare la giusta rilevanza sia alla donna come persona, sia al suo specifico modo (il suo genio, secondo quanto diceva Giovanni Paolo II) di essere e di relazionarsi. Tutto ciò non come alternativa, ma come arricchimento del vivere sociale”. La Chiesa umbra sta affidando alle donne sempre più incarichi di responsabilità. “La consapevolezza del ruolo insostituibile della donna accanto all’uomo – afferma Letizia Vannelli, condirettrice insieme al marito dell’Ufficio regionale per la pastorale familiare – mi rende libera e senza alcun senso di inferiorità. È anche vero che la femminilità deve emergere con maggior forza e chiarezza; deve avere maggior spazio e visibilità, per far sì che la Chiesa non appaia solo gerarchica e maschile”. Ma per fa ciò, continua, “credo che dovrà emergere sempre più la realtà della Chiesa comunione, dove la reciprocità deve essere intesa non come relazione tra eguali, ma tra diversi che si riconoscono nella libertà e diventano ciascuno un grazie all’altro”. a cura di Francesco Carlini(20 febbraio 2009)