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Europa: pensiero e impegno della Chiesa nelle parole del segretario generale Comece
Nata il 3 marzo 1980, la Comece è la Commissione degli episcopati della Comunità europea ed è composta dai delegati delle Conferenze episcopali degli Stati membri Ue. I vescovi delegati della Croazia e della Svizzera partecipano come osservatori alle assemblee plenarie. Scopo della Comece, il cui segretariato permanente ha sede a Bruxelles, è accompagnare e analizzare il processo politico dell’Unione europea, informare la Chiesa sugli sviluppi della legislazione e delle politiche Ue, incoraggiare la riflessione fondata sul magistero sociale della Chiesa, sulle sfide poste dalla costruzione di un’Europa unita. I vescovi si riuniscono due volte l’anno in plenaria per stabilire le linee guida dell’attività del segretariato generale. Il comitato esecutivo è composto dal presidente, mons. Adrianus van Luyn, vescovo di Rotterdam; dai due vicepresidenti: i cardinali Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux, e Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, e dal segretario generale, padre Piotr Mazurkiewicz. All’indomani della conferenza ad alto livello promossa il 2 marzo a Praga dalla presidenza ceca e dalla Commissione europea su “Allargamento Ue – cinque anni dopo”, e in vista delle elezioni dell’Europarlamento (giugno 2009), Giovanna Pasqualin Traversa, per SIR Europa, ha parlato con padre Piotr Mazurkiewicz del valore e dell’attualità del progetto europeo e delle sfide e dei compiti per la Chiesa.Qual è per la Chiesa il significato e il valore del progetto europeo?“Per comprenderlo fino in fondo la Chiesa rimanda ai valori che hanno ispirato nel secondo dopoguerra i padri fondatori dell’Europa: Schuman, Adenauer e De Gasperi. Essi, dopo gli orrori del conflitto volevano edificare uno spazio di pace, democrazia e giustizia e a questo fine il ‘sogno’ europeo, partito in origine da un progetto di cooperazione economica per la ricostruzione, apparve come efficace strumento di riconciliazione e progresso. La Chiesa lo ritiene tuttora essenziale per il futuro del continente”.L’Europa si fonda su pilastri economico-politico-istituzionali, ma ha una base etica che li precede e oggi è sempre più spesso posta in discussione. Quale può essere il contributo della Chiesa al riguardo?“Di fronte alla diffusa secolarizzazione, la principale sfida per la Chiesa deve essere anzitutto l’impegno pastorale. Tutte le difficoltà attuali nascono dalla perdita della fede e dei valori fondamentali ad essa legati che fanno parte del patrimonio culturale europeo. Alla Chiesa spetta inoltre il compito di offrire un’anima, ossia un’ispirazione etica alla vita sociale, politica ed economica europea, così come le Chiese nazionali dovrebbero fare nei loro Paesi. Noi non dobbiamo proporre soluzioni politiche o legislative, ma vigilare sui valori che devono sottenderle affinché esse siano davvero per il bene dell’uomo e della società”.Quali sono oggi i temi più sensibili?“La secolarizzazione si accompagna ad una crisi antropologica che a mio avviso è il più grave problema che affligge l’Europa. Le conseguenze sono gravi e investono questioni fondamentali come la protezione della persona e della vita umana, lo statuto dell’embrione, la concezione del matrimonio e della famiglia, l’educazione dei giovani e la stessa definizione di bene comune. L’impegno etico della Chiesa in proposito non è sempre ben visto e accettato dai politici: ciò costituisce una delle maggiori difficoltà nel dialogo con le istituzioni di Bruxelles”.E per quanto riguarda altri ambiti?“La crisi economica mondiale e le gravi conseguenze dei mutamenti climatici, per essere superati richiedono tra le altre cose a tutti di cambiare il proprio stile di vita improntandolo a maggiore sobrietà e temperanza. Su questo, ad esempio, i politici si attendono che la Chiesa sappia ispirare e convincere le persone ad operare tale cambiamento: privilegiare l’essere piuttosto che l’avere. Nel dibattito pubblico si usa parlare di ‘politically correct’ intendendo ciò che è facilmente accettabile da tutti, ma il ‘politically correct’ non coincide automaticamente con il bene comune. In quest’ottica l’insegnamento della Chiesa in materia di ambiente, economia, giustizia sociale è ‘politically correct’; viceversa non lo è affatto quando intende proteggere la vita umana in ogni sua fase o la famiglia fondata sul matrimonio”.Che cosa, in particolare, è emerso dall’incontro all’Europarlamento della scorsa settimana?“Anzitutto che la religione può ancora costituire un motivo ispiratore per i cittadini e per la vita politica. Ad essa è strettamente connessa l’identità europea. L’incontro ha proposto una riflessione sui valori comuni, dimostrando la possibilità e l’importanza di una maggiore e più concreta cooperazione fra Chiese, e più in generale comunità religiose, e istituzioni civili in ambiti quali le politiche migratorie, i problemi legati all’ambiente, il contributo alla riconciliazione delle parti dopo i conflitti”.Lei è polacco, di quella parte d’Europa che Giovanni Paolo II considerava uno dei due polmoni del continente… A cinque anni dall’ingresso della Polonia nell’Ue, qual è il suo bilancio?“L’Europa è un continente molto piccolo ma formato da numerose nazioni, ognuna delle quali con una sua lunga storia e tradizione culturale. È proprio questa diversità a costituire lo specifico europeo. La convivenza all’interno dell’Ue ha certamente rappresentato un arricchimento reciproco e, per noi dell’Est, un nuovo senso di apertura attraverso il confronto con la cultura occidentale. Personalmente, a Bruxelles ascolto persone di diversi Paesi ed è interessante osservare come le stesse questioni vengano affrontate da differenti punti di vista. Mi accorgo in particolare che, per chi proviene dall’Europa centro-orientale, è più semplice parlare di religione nello spazio pubblico di quanto non lo sia per un europeo dell’Occidente. Per noi polacchi, ad esempio, negli anni del pontificato di Giovanni Paolo II il cristianesimo è stato sinonimo di ricerca di pace, libertà e giustizia, e la Chiesa è apparsa garante di questi diritti. In generale ritengo che l’ingresso della Polonia e degli altri Paesi dell’Europa centro-orientale nell’Ue abbia contribuito alla crescita democratica ed economica di questa area”. Intravede il rischio che l’integrazione possa trasformarsi in qualche misura in omologazione delle culture?”È un’eventualità assolutamente da scongiurare: se scomparisse anche una sola delle culture che costituiscono il mosaico europeo, ciò rappresenterebbe una grave perdita per l’intero continente. La diversità è una grande opportunità e una ricchezza per tutti noi; per questo l’Europa deve essere multiculturale ma nel pieno rispetto e mantenimento di ogni identità culturale e religiosa. Da questo dipende la nostra forza: siamo europei in quanto italiani, polacchi, etc. Occorre tuttavia che ognuno abbia ben chiara la propria storia e tradizione e le sappia dare il valore che merita. Come disse Giovanni Paolo II, è possibile tentare di proteggere le nostre culture attraverso strumenti giuridici, ma nessuna legge può rendere viva una cultura se quest’ultima non è custodita come una cosa preziosa e non continua a vivere in noi”. In vista delle elezioni di giugno la Comece sta pensando a qualche iniziativa?“Come è da molti anni loro consuetudine, probabilmente anche in occasione di questo appuntamento elettorale i vescovi diffonderanno una dichiarazione richiamando i valori sui quali gli elettori cristiani dovrebbero riflettere per scegliere in modo responsabile i candidati che li rappresenteranno a Strasburgo”.Recentemente la Comece si è espressa positivamente sulla “Dichiarazione scritta sulla protezione della domenica senza lavoro”…“L’iniziativa è trasversale, sostenuta da europarlamentari di diversi schieramenti, e questo è molto importante. La protezione della domenica come giorno settimanale di riposo non riguarda solo i cristiani: la domenica festiva è un pilastro essenziale del modello sociale europeo e fa parte del patrimonio culturale del continente; essa costituisce inoltre un importante fattore di conciliazione tra lavoro e vita familiare. Noi auspichiamo che la Dichiarazione riceva dagli eurodeputati il sostegno necessario (394 firme entro il 7 maggio 2009, ndr) per essere adottata dal Parlamento Ue; sarebbe un gesto di grande significato simbolico”.