EBREI-CATTOLICI
L’arcivescovo Dziwisz e il Rabbino Rosen alla Conferenza di Cracovia
Cattolici ed ebrei devono “essere i custodi della memoria” perché con la tragedia della Shoah, “oggi ci è dato di sapere dove può arrivare la dimensione insondabile del male. Dimensione che non deve essere sminuita da nessuno”. Lo ha detto il card. Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, aprendo venerdì 6 marzo, insieme al Rabbino David Rosen, la Conferenza internazionale promossa dal “Jesuit Center for Culture and dialogue” dal titolo “Dialogo cattolico-ebraico: Da dove veniamo e dove dobbiamo andare”. Riportiamo alcuni stralci dell’intervento del card. Dziwisz. La responsabilità della Polonia. Nel suo intervento l’arcivescovo ha ripercorso la “più buia pagina dalla storia ebraica”, quella della Shoah, con il suo drammatico tentativo di “cancellare sulla faccia della Terra il popolo ebraico”. Ed ha aggiunto: “Hitler ha designato il suolo polacco per essere il luogo di questo genocidio. Questa terra che polacchi ed ebrei hanno condiviso, nel bene e nel male, per almeno mille anni, è diventata una tomba per milioni di ebrei nelle mani dei nazisti”. Proprio in Polonia – ha detto l’arcivescovo – risuonano le parole pronunciate qualche giorno fa da Benedetto XVI che, in presenza dei rappresentanti delle organizzazioni ebraiche, ha pregato affinché “la memoria di questo terribile crimine rafforzi la nostra determinazione a sanare le ferite che per troppo tempo hanno deturpato le relazioni tra cristiani ed ebrei”. Come “figli e figlie della nostra terra polacca, siamo consapevoli che questo invito del Papa a non dimenticare, ci riguarda in modo particolare”. “Dobbiamo e vogliamo – ha proseguito l’arcivescovo di Cracovia – essere i custodi della memoria”. Il dovere di non dimenticare. “Siamo consapevoli del dovere che ci chiama, a piangere eternamente per i nostri vicini ebrei del cui sangue innocente è intrisa la nostra terra”. “Ma più di ogni altra cosa, vogliamo ricordare la Shoah dei nostri fratelli e sorelle ebrei, per guardare con rispetto agli ebrei che vivono oggi. Le voci delle vittime dell’Olocausto ci ricordano soprattutto che, nonostante le differenze, noi siamo fratelli e sorelle. Vogliamo allora aprire la nostra coscienza per permettere alle voci di queste vittime innocenti, di ricordarci che tutti noi esseri umani sono reciprocamente responsabili del destino del nostro fratello e della nostra sorella, del nostro prossimo. Vogliamo ricordare l’Olocausto, al fine di costruire relazioni fraterne tra cristiani ed ebrei”. Dialogo: il nome nuovo dell’amore. L’arcivescovo ha poi ricordato che Giovanni Paolo II ha incoraggiato l’intera Chiesa a confessare coraggiosamente i suoi errori e di aprire un nuovo capitolo, anche nei rapporti tra la Chiesa e gli ebrei”. “Oggi, la Chiesa, anche la Chiesa in Polonia vuole seguire l’esempio di Giovanni Paolo II e con coraggio scoprire e respingere tutto ciò che rende la nostra vita lontana dal Vangelo”. “Siamo chiamati da Dio – ha proseguito il cardinale – a costruire ponti e realizzare un clima di comunione nel mondo, non a creare divisioni o ravvivare i risentimenti. Paolo VI chiamava il dialogo “un nuovo nome dell’amore”. Per questo motivo – ha affermato il cardinale – guardiamo con vergogna al fatto che nonostante gli inequivocabili insegnamenti degli ultimi Papi sul giusto rapporto tra cattolici ed ebrei, molti tra di noi non sono in grado di superare i pregiudizi, i risentimenti inveterati e gli stereotipi nocivi”.Coraggio e determinazione. Ricordando poi le parole pronunciate da Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma “Siamo come fratelli che si sono ritrovati dopo un lungo tempo”, l’arcivescovo ha detto: “È la situazione in cui ci troviamo oggi. Dal momento che ci siamo ritrovati solo di recente, sappiamo troppo poco l’uno dell’altro, ci fidiamo reciprocamente troppo poco”. “Abbiamo bisogno – ha concluso l’arcivescovo – di grande coraggio, di determinazione e di saggezza perché gli errori commessi da singoli o da gruppi di entrambe le parti non rallentino la creazione di questa nuova fraternità”. L’invito è rivolto ai partner del dialogo affinché possano contare anche su “l’impegno delle tante persone di buona volontà che fanno molto per la causa dell’avvicinamento, persone – ha detto il card. Stanislaw Dziwisz – si sentono spesso esse stesse offese da dichiarazioni o azioni commesse da alcuni dei loro compagni di fede”.