COMECE
All’inizio dell’assemblea di primavera inaugurata a Bruxelles la nuova sede
“Possa questo edificio” diventare “una casa per la Chiesa in Europa” e contribuire “all’anima e all’unità” del continente. È l’auspicio formulato la sera del 18 marzo da mons. Adrianus van Luyn, vescovo di Rotterdam e presidente della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), durante la cerimonia di inaugurazione della nuova sede dell’organismo a Square de Meeûs 19, nel cuore del “quartiere europeo” di Bruxelles. La cerimonia ha seguito la Messa celebrata nella cappella della nuova sede (intitolata ai copatroni d’Europa San Benedetto e Edith Stein) dal card. Godfried Danneels, arcivescovo di Malines-Bruxelles e presidente della Conferenza episcopale belga, e dal vescovo ausiliare della stessa diocesi e membro Comece, mons. Josef de Kesel, e ha dato il via ai lavori dell’assemblea plenaria di primavera della Comece – incentrata principalmente sui conflitti in Medio Oriente e nel Sud dell’Asia, sul ruolo dell’Ue al riguardo, e sulle elezioni europee di giugno – che si chiude nel pomeriggio di oggi con una conferenza stampa. Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, il card. Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest e presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee); il segretario generale dell’organismo, padre Duarte Nuno Queiroz de Barros da Cunha, e mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa.In Europa una Chiesa “critica e costruttiva”. “La Chiesa in Europa – ha affermato mons. van Luyn – non dovrebbe essere compiaciuta e soddisfatta di sé”, “ma in movimento”, e questo dovrebbe tradursi nel suo contributo “all’europeanizzazione dell’Europa”. “Oggi le tendenze culturali e il potere politico ed economico non cedono più agli imperativi della Chiesa”; altre forze “la hanno sostituita” ed essa “gioca un ruolo diverso in Europa, perché interroga, in modo critico e costruttivo, i nuovi sviluppi estetici, etici, tecnologici e politici” secondo la formula “valutare tutto e trattenere ciò che è buono”. Per mons. van Luyn “la Chiesa in Europa vuole impegnarsi per il bene” e la Comece “avverte questo compito come parte del proprio dovere”. Tuttavia, ha avvertito, la Chiesa in Europa “rimane parte della Chiesa cattolica di tutto il mondo”: per questo “non può limitare al continente il proprio raggio d’azione” ma deve continuare a “contribuire all’umanizzazione del mondo intero” superando i propri confini. Solo così, ha concluso citando un’affermazione di Paul Claudel, “l’Europa troverà la sua anima e la sua unità”. In dialogo con le istituzioni. È importante che la Commissione europea e le Chiese proseguano il dialogo “su questioni che sono centrali per la costruzione di un’Europa sociale” ha detto Vladimir pidla, commissario Ue per l’occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità. “La promozione dell’uguaglianza uomo-donna, la conciliazione tra vita professionale e familiare e la lotta contro le discriminazioni” sono temi su cui, secondo pidla, “le Chiese possono illuminare”. “In questo tempo di crisi economica e sociale” in cui “le tentazioni di ripiegarsi su se stessi e di rifiutare l’altro si fanno più forti”, “la difesa e la promozione dei valori che abbiamo in comune, ossia la tolleranza, la solidarietà e la giustizia mi sembrano più che mai necessarie”. Per il commissario, “il dialogo instaurato da oltre vent’anni” con “i rappresentanti delle religioni e delle Chiese” è “reciprocamente benefico” e trova una “solida base nell’impegno comune a costruire un’Europa libera e unita, di pace e prosperità, nella quale tutti i cittadini” possano “vivere insieme, uniti nella diversità”. Un “dialogo aperto, trasparente e regolare”, conclude, che il trattato di Lisbona “inscrive nel diritto positivo dell’Unione” riconoscendone “la specificità e l’importanza”. Una “strategia” per l’Europa. Concorda mons. Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, primate d’Irlanda e vicepresidente della Comece : “Avrei preferito vedere nel trattato di Lisbona un chiaro riferimento all’eredità cristiana dell’Europa” ma, giacché “esso non appare, il modo migliore per rispondere a chi tenta di minimizzare il contributo cristiano alla storia d’Europa” consiste nel “testimoniare il significato, per l’Ue di oggi, dei valori che ne sono alla base”. In tale prospettiva il trattato di Lisbona “offre nuove possibilità per incanalare questi valori in forme di dialogo strutturato fra la Commissione, le Chiese e le organizzazioni religiose e filosofiche”. Tuttavia, ha precisato mons. Martin, “i cristiani europei hanno bisogno di una strategia” che “non si limiti a reagire di fronte a singole istanze o avvenimenti”, ma “vada in profondità attraverso un discernimento critico di valori”. Per il vicepresidente Comece, “i cristiani devono affermare il proprio impegno per l’Europa e offrire senza vergognarsi un contributo” che presenti “le cose di Dio in modo autentico, esigente e privo di compromessi”.