TERRA SANTA
Celebrazioni bilingue, una giornata da vivere insieme alle comunità locali di Terra Santa per incontrarle e conoscerne da vicino la fede ma anche la situazione sociale in cui versano. Sono queste alcune idee che Giovanni Sesana, presidente della Brevivet (Brescia), uno dei maggiori operatori italiani di turismo religioso, lancia “per rendere il pellegrinaggio un vero passaporto per la pace”. In questa prospettiva, dice al SIR a margine di un viaggio in corso (19-26 marzo) in Terra Santa con una delegazione di giornalisti e sacerdoti organizzatori di pellegrinaggi, “il prossimo viaggio di Benedetto XVI in Giordania, Israele e Territori Palestinesi, assume una notevole importanza per i cristiani locali. Con la sua presenza il Papa dice loro che non sono soli o abbandonati ma rappresentano il legame con la Chiesa madre”.
Pietre vive. Incontro con le Chiese locali: deve essere questo, per il presidente della “Brevivet”, uno degli scopi principali di ogni pellegrinaggio in Terra Santa che “non può limitarsi a preghiere e celebrazioni nei luoghi di Gesù, ma deve riservare tempo a visite e incontri con le pietre vive, cioè con le Chiese locali”. Altra idea lanciata dal presidente della “Brevivet” è, infatti, “celebrare una liturgia in una parrocchia dei Luoghi che si vanno a visitare e magari condividerla con i fedeli del luogo”. Condivisione spirituale ma anche materiale: “C’è anche una dimensione economica che non deve essere trascurata – aggiunge Sesana – la maggioranza dei cristiani è, infatti, impegnata nel settore del turismo religioso, quindi una massiccia presenza di pellegrini aiuta l’economia e rappresenta uno stimolo per i cristiani a restare invece che emigrare in cerca di una vita migliore”.
Emorragia di cristiani. Ne è convinto anche il padre francescano Gerard, da un anno custode del santuario di Tabga, quello del primato di Pietro. Di origini francesi, 61 anni di età e 30 di professione, mentre accoglie i pellegrini, parla senza mezzi termini di “vera emorragia di cristiani dalla Terra Santa”. Niente pessimismi ma solo “cruda realtà”, afferma. “Se continua così fra 50 anni qui non ci saranno più cristiani e i frati saranno i guardiani delle pietre, perché i Luoghi Santi saranno diventati dei musei. Cosa e chi troveranno i pellegrini che verranno?”. La visita del Papa il prossimo maggio diventa “un’opportunità di riflessione ulteriore e di presa di coscienza del problema. È chiaro che Benedetto XVI viene per incontrare i cristiani di queste comunità, una visita dal carattere prettamente pastorale ma che speriamo possa giovare ad un miglioramento della situazione anche sociale e civile dei nostri fedeli”. Per il francescano “la causa di questa emigrazione risiede certamente nella crisi economica che affligge il Medio Oriente già da lungo tempo e non solo da oggi, ma anche e soprattutto, dalle guerre che hanno flagellato per decenni questa Regione”. Ma a preoccuparlo di più “è la rinascita del fondamentalismo islamico. I cristiani vivono, se così possiamo dire, tra due fuochi, gli ebrei e i musulmani, ed anche per questo emigrano forti della loro capacità di integrarsi altrove e della loro alta istruzione”. Come fermare l’emorragia, allora?
Sensibilizzare l’opinione pubblica. “L’importanza del pellegrinaggio e dei fedeli che arrivano nei luoghi di Gesù è notevole. Da qualche settimana – spiega padre Gerard – assistiamo ad una ripresa del flusso di gruppi che con la guerra a Gaza tra la fine di dicembre 2008 e gennaio 2009, si era un poco fermato. Tuttavia ci sono anche altre modalità di aiuto e sostegno ai cristiani locali che possono affiancarsi al pellegrinaggio come i gemellaggi e i progetti solidali per favorire l’economia delle comunità”. Purtroppo, ed è questa l’esperienza del frate, “non tutti i pellegrini conoscono le condizioni di vita dei nostri cristiani locali. È urgente che a partire dalla Custodia e dal Patriarcato fino a tutte le diocesi e parrocchie nel mondo si parli dell’emigrazione dei cristiani in Terra Santa e si facciano i passi giusti per aiutarli. Un primo importante passo è sensibilizzare l’opinione pubblica con incontri e conferenze nei Paesi di tradizione cattolica e cristiana in cui raccontare quello che accade in Terra Santa. Questo potrebbe avvenire già nelle parrocchie, nella diocesi, nei movimenti e nelle associazioni”. “È necessario anche – avverte padre Gerard – che i cristiani locali facciano la loro parte e soprattutto le Chiese locali. In questo senso l’idea di un Sinodo per i cristiani in Medio Oriente, proposto da un vescovo caldeo iracheno (mons. Louis Sako, vescovo di Kirkuk, ndr) potrebbe essere un’ottima iniziativa per studiare il problema in maniera unitaria e trovare così risposte efficaci e condivise. Potrebbe essere arrivato il momento di mettere in piedi una pastorale araba unica, tenendo presente il numero dei riti della Regione”.