ITALIA
Conferenza episcopale e laicato cattolico su legge “fine vita”
È stato approvato ieri sera 26 marzo a Roma dal Senato della Repubblica, con 150 voti favorevoli, 123 contrari e 3 astenuti, il disegno di legge relativo alle “Dichiarazioni anticipate di trattamento” (testamento biologico o “living will”, secondo la definizione introdotta alla fine degli anni’60 negli Stati Uniti). Il provvedimento, che passerà per la seconda lettura alla Camera dei deputati, l’altro ramo del Parlamento italiano, prevede, tra l’altro, il divieto della sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali per i malati in stato vegetativo, considerandoli non trattamenti terapeutici ma “forme di sostegno vitale”; il divieto di “trattamenti straordinari non proporzionati” (accanimento terapeutico), e l’istituzione di un registro nazionale delle dichiarazioni anticipate. Secondo il testo approvato, le volontà espresse dal soggetto non saranno vincolanti per i medici che lo hanno in cura. La validità delle dichiarazioni anticipate è di cinque anni.Una “coscienza più matura” nella società civile. “Tocca alla società civile mobilitarsi per acquisire in prima persona una coscienza più matura della posta in gioco in termini antropologici e culturali, così da evitare nel futuro ingorghi concettuali e tentazioni di delega” aveva detto il card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, nella prolusione di apertura del Consiglio permanente della Cei (Roma, 23-26 marzo), mentre era in corso in Parlamento il dibattito sul disegno di legge. In questo ambito, il presidente della Cei ha definito un’iniziativa che “merita di essere da noi incoraggiata e sostenuta” il Manifesto “Liberi per vivere”, lanciato da tre organizzazioni di collegamento laicale – Scienza & Vita, Forum delle Associazioni familiari e Retinopera – per essere diffuso “nel tessuto vivo delle parrocchie, delle aggregazioni laicali, degli ambienti e dei mezzi di comunicazione”.Una “falsa soluzione”. “Qualunque deriva eutanasica, per quanto tecnicamente circoscritta o concettualmente edulcorata, è in realtà per gli uomini d’oggi, una falsa soluzione”, aveva affermato il card. Bagnasco, ricordando che “nelle moderne democrazie, la vita va difesa perché è indispensabile limitare il potere «biopolitico» sia della scienza sia dello Stato, il che trova sostanza nel fermo «sì» alla tutela dei diritti umani di tutti, di chi economicamente è in grado di difendersi come di chi non può farlo, e in un altrettanto netto «no» alla pena di morte, al commercio degli organi, alle mutilazioni sessuali, alle alterazioni fecondative, a qualsiasi manipolazione non terapeutica del corpo umano, pur se liberamente volute da persone adulte, informate e consenzienti”.Tre grandi “sì” e tre grandi “no”. “Sì alla vita, sì alla medicina palliativa, sì ad accrescere e umanizzare l’assistenza ai malati e agli anziani; No all’eutanasia, no all’accanimento terapeutico, no all’abbandono di chi è più fragile”. Sono i tre grandi “sì” e i tra grandi “no” contenuti nel Manifesto “Liberi per vivere”, sottoscritto dai dirigenti di associazioni, movimenti e nuove realtà ecclesiali italiane, che “costituirà il punto di riferimento per un grande discernimento comunitario all’interno delle parrocchie e dei gruppi ecclesiali di tutto il Paese”. “L’uomo è per la vita. Tutto in noi spinge verso la vita, condizione indispensabile per amare, sperare e godere della libertà – si legge nel documento, diffuso il 20 marzo -. Il dramma della sofferenza e la paura della morte non possono oscurare questa evidenza. Chi sta male, infatti, chiede soprattutto di non essere lasciato solo, di essere curato e accudito con benevolenza, di essere amato fino alla fine”. Perciò “anche in situazioni drammatiche, chiedere la morte è sempre l’espressione di un bisogno estremo d’amore; solo uno sguardo parziale può interpretare il disagio dei malati e dei disabili come un rifiuto della vita. Persino nelle condizioni più gravi ciò che la persona trasmette in termini affettivi, simbolici, spirituali ha una straordinaria importanza e tocca le corde più profonde del cuore umano”.Amare la vita fino alla fine. “La persona umana – prosegue il Manifesto – si sviluppa in una fitta rete di relazioni personali”; troncare “tale rete è un’ingiustizia verso tutti e un danno per tutti. Teorizzare la morte come ‘diritto di libertà’ finisce inevitabilmente per ferire la libertà degli altri e ancor più il senso della comunità umana”. “Come cittadini – si legge nel documento – sappiamo che la nostra Costituzione difende i diritti umani non già come principi astratti, ma come il presupposto concreto della nostra vita che è nello stesso tempo fisica e psichica, privata e pubblica. Mai come oggi la civiltà si misura dalla cura che, senza differenze tra persone, viene riservata a quanti sono anziani, malati o non autosufficienti. Occorre in ogni modo evitare di aggiungere pena a pena, ma anche insicurezza ad insicurezza. Chiediamo che le persone più deboli siano efficacemente aiutate a vivere e non a morire, a vivere con dignità, non a morire per falsa pietà. Solo amando la vita di ciascuno fino alla fine c’è speranza di futuro per tutti”.