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Non c’è da sorridere

Unione europea e crisi economica

Il solito vertice dei sorrisi, ma più che mai un incontro interlocutorio. Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, che ha richiamato a Bruxelles per l’ennesima volta in pochi mesi i 27 capi di Stato e di governo Ue attorno alle urgenze poste dalla recessione economica, ha affrontato temi concreti, ha assunto qualche decisione (fondi per il rilancio, linee di finanziamento per gli Stati in affanno…) e ha finalmente sottolineato la gravità del nodo-occupazione.Il presidente di turno, il ceco Mirek Topolanek, ha parlato di “successo” della presidenza: in realtà il vertice di primavera da una parte ha confermato che esiste una volontà comune di affrontare la crisi con determinazione, dall’altro ha palesato difformità di posizioni e di intenti. Non a caso varie scelte sono state rimandate, comprese quelle per la definizione di un ampio spettro di regole per i mercati finanziari e per la linea comunitaria sul dopo-Kyoto (economia sostenibile), che sarà discussa su scala mondiale a Copenaghen alla fine di quest’anno.Forse sulla riunione dei Ventisette hanno pesato l’indeterminatezza della situazione globale nonché il prossimo vertice del G20 di Londra. Tanto è vero che il presidente della Commissione José Manuel Barroso, che pure voleva trasmettere l’idea di un vertice ben riuscito, afferma: “Abbiamo preso decisioni intese a rilanciare l’economia senza disgiungerla dalle questioni sociali e del lavoro. Ora bisogna incentivare gli investimenti e la fiducia per favorire la ripresa. La posizione europea andrà però collocata in un quadro di risposta internazionale”. È il principio che aveva voluto sottolineare il presidente francese Nicolas Sarkozy quando, nel semestre scorso, era al timone dell’Ue: la crisi colpisce tutti, dunque se ne esce solo insieme.La prudenza aleggiata al Consiglio europeo della scorsa settimana va pure ricondotta al fatto che non si conoscono i risultati delle prime mosse anti-crisi promosse a livello nazionale e comunitario: “Quindi – ha tagliato corto Topolanek – è inutile mettere in campo nuovi progetti e nuove azioni”. Per la stessa ragione l’Ue ha risposto negativamente alle richieste del presidente statunitense Barack Obama per un pacchetto di interventi a sostegno dell’economia reale ben più consistente di quelle deciso nel vecchio continente.L’Ue in questa fase sembra muoversi con i piedi di piombo perché non è ad oggi possibile, oggettivamente, misurare il peso effettivo che la crisi avrà sulle economie nazionali, sul commercio mondiale, sui conti pubblici e su quelli delle famiglie. “Il peggio non è ancora arrivato”, hanno commentato vari premier europei, specialmente quelli provenienti dall’est Europa. Bene ha fatto dunque l’Ue a portare l’attenzione sulle ricadute sociali e occupazionali della recessione, che dovrebbero essere affrontate a Praga il 7 maggio. Anche se quest’ultimo incontro è stato “declassato” a un vertice tra la presidenza di turno, la Commissione e le parti sociali. I leader dei paesi membri resteranno a casa.Su questa Unione, un poco più coordinata ma pur sempre titubante, cade ora il peso della crisi politica interna alla Repubblica ceca. Il 24 marzo l’opposizione socialdemocratica ha ottenuto che una mozione di sfiducia verso il governo conservatore di Topolanek raggiungesse la maggioranza dei voti, aprendo di fatto una crisi di governo imbarazzante. Tanto è vero che il giorno successivo lo stesso Topolanek, atteso all’Europarlamento per un dibattito sugli esiti del summit, ha dovuto ammettere la difficile situazione che rischia di incidere sui lavori della presidenza di turno e sul processo di ratifica del Trattato di Lisbona, ancora in corso a Praga.