KOSOVO
Boulevard Madre Teresa è un tripudio di colori e bandiere. Il centro di Pristina trasformato nel palco di una grande festa a cielo aperto. Le bandiere di nazioni diverse si alternano a quella blu con il disegno giallo della Repubblica del Kosovo, insieme all’immancabile bandiera rossa con l’aquila nera bicefala simbolo dell’Albania.Faceva un certo effetto camminare per le vie di Pristina martedì 17 febbraio, primo anniversario dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, proclamata unilateralmente dalle autorità albanesi nel febbraio 2008. Un anniversario atteso con impazienza dalla maggioranza albanese, oltre il 90% dei due milioni e centomila abitanti dell’ex provincia jugoslava, e preparato con cura: il palco per il concerto della sera allestito a pochi passi dal parlamento, decine di bancarelle con stendardi e bandiere, striscioni su palazzi e corone di fiori ai monumenti degli eroi di guerra. E poi i caroselli, iniziati fin dal pomeriggio della vigilia e proseguiti per tutta la notte del giorno della festa; oltre ventiquattr’ore di clacson e carovane. Per le strade del centro, chiuse al traffico, un fiume di volti: intere famiglie con bambini e anziani, tutti lì a godersi quel giorno, mettendo per un attimo da parte i problemi e le sfide che ancora attendono lo Stato più giovane d’Europa. Un Paese a tre velocità. È una situazione complessa quella kosovara. Entrando nel Paese a dieci anni dalla guerra, conclusasi il 9 giugno 1999, dopo 78 giorni di bombardamenti della Nato, ci si accorge di come molto sia cambiato. Nelle città crescono nuovi quartieri con alberghi e ristoranti mentre lungo le strade luccicano i centri commerciali. Anche le infrastrutture sono migliorate, ma accanto a questo, i dati sulla situazione economica e le parole della gente comune descrivono una realtà diversa, fatta di povertà e mancanza di speranza nel futuro, soprattutto per i giovani. Francesco Gradari, responsabile per le attività nel Paese di Reggio Terzo Mondo, una Ong italiana con sede a Reggio Emilia, prova a spiegare così la situazione: “Potremmo dire che il Kosovo va a tre velocità. Gran parte della popolazione fa fatica, per la mancanza di lavoro e per la scarsità di salari. Vi è però anche il Kosovo che costruisce, il Paese delle macchine di lusso e dei ristoranti. Un Kosovo in alcuni casi legato alle attività sommerse come contrabbando e traffici di sostanze illecite. Ed infine c’è il Kosovo dei serbi che, pur senza più pericoli per la loro sicurezza, continuano a vivere in un contesto sospeso, avulso dal resto della società”. Eccoli i tre volti di un Paese che sogna l’ingresso nell’Unione Europea, perché come ha più volte ricordato mons. Dode Gjergji, amministratore apostolico di Prizren, “non possiamo tornare al passato, dobbiamo lavorare insieme, serbi e albanesi, per il futuro del Kosovo, ricordando come non vi sia alternativa all’ingresso comune nell’Unione Europea”. Una strada che appare ancora lunga e piena di insidie. (09 aprile 2009)