KOSOVO
Nonostante le violenze interetniche del recente passato, camminando per il Kosovo è ancora possibile assaporare il fascino della mescolanza tra tradizioni e culture diverse. Una sensazione tipicamente balcanica, frutto dell’incontro tra due mondi, Occidente e Oriente, che proprio nei Balcani hanno iniziato a confrontasti e a conoscersi, fino a creare qualcosa di diverso. Una ricchezza culturale simboleggiata dalle sei stelle gialle poste sulla nuova bandiera kosovara, una per ogni etnia: albanesi, serbi, gorani, bosgnacchi, Rae (Rom, Ashkali e Egizi) e turchi. Ripercorrendo il passato di questa terra si corre spesso il rischio di fermarsi solo ai momenti bui, alle date impresse con il sangue sul libro della storia, dimenticando i tanti giorni di una quotidianità fatta di convivenza e di un continuo mescolarsi di suoni, colori e tradizioni. È questa l’aria che si respira a Prizren, città a pochi chilometri dal confine con l’Albania, un’atmosfera che parla di incontro tra culture e religioni. Guardiamo la città dall’alto della collina che la sovrasta, dove gli ottomani costruirono una fortezza per controllare la valle. È sufficiente un colpo d’occhio per accorgersi di questo patrimonio di storia e cultura. Nella sola città di Prizren sorgono oltre trenta moschee, più di dieci chiese ortodosse e una cattedrale cattolica.Il Kosovo culla della tradizione e del nazionalismo serbo. Una terra che ha un valore religioso molto forte per i cristiano-ortodossi. In serbo il nome originale di questa provincia, Kosovo i Metohija, significa, infatti, terra dei “merli e dei monasteri”. Centri monastici come quello di Pec, verso il confine con il Montenegro, dove nel 1346 venne insediato il patriarcato della Chiesa ortodossa serba, mentre, solo per citare i più famosi, altri importanti monasteri sorgono a Decani e a Gracanica; veri gioielli architettonici, ancora oggi protetti dalle forze internazionali. L’importanza del Kosovo, non solo per la Chiesa ma più in generale per il nazionalismo serbo, è legata ad un avvenimento storico: la battaglia che nel 1389 vide confrontarsi, nella cosiddetta “Piana dei Merli”, le truppe ottomane, guidate dal sultano Murad I, con l’esercito guidato dal principe Lazar, divenuto poi santo, a capo di una formazione di soldati cristiani che volevano opporsi all’avanzata dell’islam nei Balcani. L’esercito guidato dal principe serbo, caduto in battaglia, fu sconfitto aprendo le porte all’avanzata ottomana. Nonostante la sconfitta, però, la battaglia di Kosovo Polje fu avvolta da un’aurea mitologica particolarmente cara al nazionalismo serbo. È su questo mito che Milosevic alla fine degli anni ottanta punterà per riprendere il controllo della provincia a maggioranza albanese, sancendo definitivamente la rottura di quel delicato equilibrio che aveva garantito la convivenza tra etnie. Gli spettri del passato. Lasciandoci alle spalle i ruderi della fortezza ottomana scendiamo verso la città. A metà della collina passiamo accanto al vecchio quartiere serbo raso al suolo nel 2004, quando, tra il 17 e il 18 marzo, l’intero territorio del Kosovo fu stravolto da due giorni di violenza interetnica con gruppi di estremisti albanesi che bruciarono centinaia di case serbe e decine di chiese ortodosse. Prizren, che occupò un posto marginale nella guerra di fine anni novanta, fu questa volta una delle città più colpite: l’intero quartiere serbo fu dato alle fiamme e con esso anche diversi luoghi di culto. Oggi la chiesa ortodossa che sorge nel cuore della città, a pochi passi dalla moschea e della cattedrale cattolica, è stata completamente ristrutturata, grazie ai finanziamenti del governo kosovaro, ma ancora non vi si celebrano funzioni. Un fatto dovuto alla scarsa presenza di serbi: la maggioranza di quelli scappati nel 2004 non è più tornata in città; più per ragioni di natura economica, la mancanza di lavoro prima di tutto, che di sicurezza. A cinque anni da quegli avvenimenti a Prizren si respira, infatti, un clima di tranquillità e la presenza della Kfor, la missione della Nato, è stata fortemente ridimensionata. Ma il quartiere serbo rimane ancora lì, come una città fantasma, a ricordare a tutti i dolori di un passato ancora troppo vicino.(09 aprile 2009)