Tyana e Saranda

KOSOVO

Tyana ha sette anni e sogna di fare la giocatrice di tennis. Saranda ne ha nove e da grande vuole fare la giornalista. Bambine come tante che studiano nella piccola scuola del villaggio di Binca/Binaq (nome serbo e albanese): due piccoli edifici costruiti accanto alla chiesa ortodossa, a pochi passi dal centro, formato da un paio di negozi. Una storia come tante se Tayana non fosse una bambina serba e Saranda albanese. E, soprattutto, se la loro scuola, dove studiano insieme, non si trovasse in Kosovo, per l’esattezza nella municipalità di Viti verso il confine macedone, a una quindicina di chilometri dal santuario di Letnica. A Binca/Binaq, poco più di cinquecento abitanti (350 albanesi, quasi tutti cattolici, e 200 serbi), dal 2001 è attiva una scuola multietnica dove i bambini delle due comunità, pur restando in classi divise per poter seguire sia il programma serbo sia quello albanese, possono studiare insieme condividendo lezioni come musica, disegno, ginnastica, oltre agli spazi per la ricreazione. Due comunità divise. Un esempio di convivenza raro in questa regione dei Balcani dove, seppur gli episodi di violenza siano nettamente diminuiti negli ultimi anni, le due comunità tendono a vivere isolate, in alcuni casi anche all’interno di uno stesso villaggio. Perché se una sorta di stabilità può sembrare raggiunta, ad eccezione dell’area a Nord di Mitrovica, dove la maggioranza serba continua a rifiutare l’indipendenza, ancora molti passi devono essere fatti per poter realmente parlare di riconciliazione. Un percorso su cui il recente passato pesa ancora come un macigno perché, specialmente in alcune zone, è ancora troppo vivo il ricordo e il dolore per i familiari persi o le case distrutte. A questo si aggiunge il dramma delle persone scomparse e mai più ritrovate: secondo Amnesty international i dispersi sarebbero poco meno di quattromila, tremila albanesi e ottocento serbi, scomparsi durante i combattimenti e nell’immediato dopoguerra. Sparizioni per cui non sono ancora stati trovati e processati i responsabili. A lezione di convivenza. Entriamo nella scuola accompagnati da don Lush Gjergji, per molti anni parroco del villaggio e tra i promotori dell’iniziativa. “Fin dai giorni successivi alla fine della guerra, con il ritiro dell’esercito serbo e l’arrivo della Nato – racconta il sacerdote –, abbiamo capito che bisognava agire subito per evitare altro odio e dolore. Così abbiamo deciso che per sanare le divisioni si sarebbe dovuto partire dall’inizio, ovvero da quando Milosevic decise che serbi e albanesi non potevano più studiare insieme. Da lì, in accordo con le famiglie e gli insegnanti, grazie al contributo economico della Caritas italiana, abbiamo ricostruito questa scuola”. Entriamo nel primo dei due edifici dedicato all’intellettuale serbo Mladen Markovic; l’altro, lì accanto, è intitolato, invece, allo scrittore e poeta albanese Ndre Mjeda. In una piccola classe, scaldata da una grande stufa a legna, dieci bambini serbi stanno facendo lezione di inglese. In totale sono sessanta gli alunni della scuola, di cui quarantaquattro albanesi. “Lavoro qui da due anni e a quanto posso vedere non ci sono mai stati problemi tra i bambini”, ci racconta Srecko Vlajkovic, maestro serbo. “Speriamo – continua – che non succeda niente di male perché stiamo provando a creare un bel futuro ritornando alla pacifica convivenza, normale qui fino agli anni novanta”. Usciamo dall’aula ed entriamo nella classe a fianco dove studiano tredici bambini albanesi. “Dall’ultima guerra – ci racconta Nuhi Gashi, insegnante albanese – fortunatamente, a differenza di altre aree del Kosovo, non ci sono state vittime. Per questo dobbiamo ringraziare anche i genitori perché è grazie a loro che i rapporti sono stati sempre buoni”. Il condividere gli stessi spazi aiuta i bambini ad imparare la lingua dell’altro, spingendoli a conoscersi. Oggi, infatti, in Kosovo la separazione tra serbi e albanesi porta le nuove generazioni a non conoscersi, ad essere estranei pur vivendo a pochi passi l’uno dall’altro. Le difficoltà linguistiche finiscono per rappresentare un ulteriore ostacolo sulla via della riconciliazione. Si arriva così a sentirsi raccontare storie come quelle di due ragazze, una serba e l’altra albanese, che non conoscendo la lingua l’una dell’altra comunicano in spagnolo, imparato guardando le telenovele alla televisione. “Abbiamo sempre cercato di lavorare insieme per il bene di tutto il villaggio”, ci racconta Zoran Marinkovic, responsabile dei serbi di Binac, accogliendoci nella sua casa a pochi passi dalla scuola. “Noi siamo sempre stati un esempio in Kosovo e oggi siamo riusciti a lasciarci alle spalle tutto quello che abbiamo passato durante il regime di Milosevic. Ora chiediamo solo la possibilità di lavorare (la disoccupazione raggiunge picchi del 60%, ndr) e di guadagnarci da vivere con il sudore della fronte”. Quella di Binca/Binaq rimane purtroppo un’esperienza rara perché quasi in ogni luogo in Kosovo i bambini serbi, per poter seguire il programma serbo, continuano a studiare in proprie scuole, spesso costruite in case private, con insegnanti finanziati da Belgrado. Una sorta di sistema d’istruzione parallelo che ricorda, seppur in scala ridotta, quello istituito negli anni novanta dalla maggioranza albanese.(09 aprile 2009)