ELEZIONI EUROPEE
Dal 4 al 7 giugno 375 milioni di cittadini alle urne – Scheda n.10
Se si prende in considerazione l’ultima indagine Eurobarometro, i cittadini che si dichiarazione certi di recarsi alle urne dal 4 al 7 giugno per eleggere il nuovo Parlamento Ue sono il 34%. Invece il 15% degli intervistati è già sicuro che non voterà. Resta dunque una metà di aventi diritto indecisi sul da farsi e saranno proprio costoro a stabilire se l’affluenza alle urne risulterà in definitiva modesta oppure elevata. Un elemento da non sottovalutare se si considera la necessità di un forte mandato democratico e popolare all’unica istituzione Ue scelta a suffragio universale. [Le precedenti schede in SIR Europa nn. 9-11-13-15-17-20-21-23-26/2009] Trent’anni di elezioni europee. L’Assemblea nei primi vent’anni di vita della Cee, fondata nel 1957, era composta da deputati nominati dai parlamenti nazionali degli Stati membri. All’inizio degli anni ’70, proprio per assegnare maggior peso politico ai popoli comunitari e per avvicinare le istituzioni ai cittadini, si innestò un dibattito sulla necessità di una elezione diretta del Parlamento di Strasburgo. La prima elezione con tali caratteristiche – dopo la decisione Cee del 1976 – è dunque avvenuta esattamente trent’anni fa, nel 1979, e da allora si sono avuto altre cinque tornate nel 1984, 1989, 1994, 1999 e nel 2004. Ulteriori consultazioni si sono svolte nei nuovi Stati membri dopo ogni ampliamento dei confini comunitari per permettere loro di avere i propri rappresentanti nell’emiciclo. Più o meno fedeli alle urne. La partecipazione alle elezioni europee è però sensibilmente variata nel corso degli anni, sia a livello complessivo sia da uno Stato membro all’altro. Nel 1979 l’affluenza alle urne fu complessivamente pari al 61,9% (un dato piuttosto elevato che rifletteva la novità del voto e l’impegno di tanti movimenti europeisti e federalisti); nel 1984 si scese al 58,9%, fino al 49,5 del 1999 e al 45,5 del 2004. Occorre però rilevare che esistono paesi in cui le percentuali sono sempre piuttosto elevate (in certi Stati il voto è un obbligo), in altri costantemente basse. Ad esempio in Germania nel 1979 si registrò un’affluenza del 65%, nel 2004 essa non andò oltre il 43; trend simile per la Francia (dal 60 al 42%). Piuttosto stabile invece il Regno Unito con percentuali sempre inferiori al 40% e con un dato minimo storico nel 1999 (24%). Più fedeli alle urne gli italiani (85% nel 1979, 71 nel 2004) e gli elettori di alcuni paesi più piccoli: Belgio e Lussemburgo (sempre attorno al 90%). Elevata astensione all’est. Molto più altalenante, e al ribasso, l’affluenza in Irlanda, Danimarca, Spagna, Svezia, Austria, Finlandia. Ciò che colpisce di più è senz’altro il dato riguardante gli ultimi paesi che hanno aderito all’Ue. Nelle elezioni del giugno 2004, quando votavano i 10 Stati che avevano aderito alla “casa comune” solo un mese prima, si registrarono (a parte i dati molto elevati di Cipro e Malta), percentuali minime: 28% nella Repubblica ceca, 41 in Lettonia, 38 in Ungheria, 21 in Polonia, fino al dato più basso: 17% in Slovacchia. Sia Romania che Bulgaria, che hanno votato nel 2007 dopo l’ultima adesione registrata nell’Ue, hanno evidenziato un modesto 29%. L’unico elemento positivo registrato cinque anni or sono è l’aumento della partecipazione in cinque paesi in cui non vige l’obbligo di voto, ossia Italia, Paesi Bassi, Irlanda, Regno Unito e Finlandia. Può essere forse utile (ma non consolante) sottolineare che in quasi tutti i paesi del vecchio continente la riduzione dell’affluenza alle europee coincide con una tendenza analoga osservata per le elezioni nazionali. Poche donne in emiciclo. Fra i 375 milioni di elettori che a giugno sceglieranno gli eurodeputati le donne risultano in maggioranza, benché esse siano sottorappresentate in Assemblea, come nelle altre istituzioni europee (e nazionali). Per le elezioni del 2004, i deputati europei avevano sollecitato i partiti politici a inserire un maggior numero di donne nelle loro liste elettorali; lo scorso anno l’Eurocamera ha invitato la Commissione, gli Stati membri e i partiti a prendere in considerazione “azioni positive volte a migliorare la situazione” e, in tale contesto, sottolineava “gli effetti positivi dell’uso delle quote elettorali sulla rappresentanza delle donne”. Alcuni Stati membri hanno poi precise norme per garantire l’elezione di un numero maggiore di donne: in Francia, la legge sulla parità ha portato all’adozione di un sistema che prevede l’alternanza di donne e uomini nell’ordine delle liste per le elezioni europee. In altri paesi, come la Svezia, vigono regole simili interne ai partiti. I risultati non sono mancati: vari paesi hanno ottenuto una presenza di donne e uomini al Parlamento europeo uguale (Estonia, Lussemburgo e Slovenia) o simile (Francia, Paesi Bassi e Slovenia). Si può peraltro segnalare che nel tempo la percentuale di donne eurodeputate è lievemente cresciuta: nel 1979 era solo il 16% mentre oggi sfiorano un terzo dei componenti dell’emiciclo.