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Per superare la crisi economica e ricostruire fiducia
Secondo autorevoli fonti internazionali, la crisi economica che ha investito il mondo a partire dai dissesti dei mercati finanziari statunitensi ha superato il momento peggiore. Qualcuno si azzarda a prevedere una lenta ripresa dal 2010, a partire proprio dagli Usa e dalle economie più forti, per poi riverberare effetti positivi nel medio periodo agli altri paesi, meno solidi o “in via di sviluppo”. Nessuno, invece, sembra spingersi a una diagnosi approfondita e a previsioni per quanto riguarda il rilancio dell’occupazione oppure il futuro dei bilanci familiari. Per questa ragione l’Unione europea ha fissato un nuovo appuntamento (organizzato peraltro in tono minore) il 7 maggio a Praga, per un summit straordinario dedicato proprio all’impiego. Nelle scorse settimane si sono svolti tre meeting in preparazione all’evento: il primo il 15 aprile in Spagna, il secondo il 20 aprile in Svezia, il terzo il 27 aprile nella capitale ceca. Fra gli argomenti affrontati in tali occasioni figurano i risultati delle misure adottate a livello nazionale per favorire la ripresa, le situazioni dei mercati del lavoro nei 27 Stati membri, gli aiuti alle banche e alle piccole-medie imprese, le modalità per sostenere la mobilità dei lavoratori.In realtà ci si rende sempre più conto – e i pre summit lo confermano – che la recessione ha colto tutti impreparati, che anche i giganti mondiali hanno i piedi di argilla per via di un sistema finanziario “drogato” e potenzialmente instabile, che non esistono ricette universalmente valide per la ripresa. Allo stesso tempo appare chiaro come i “piani” approntati dai singoli Stati o concordati a un livello superiore (Ue, Banche centrali, G20…) hanno efficacia tutta da verificare e comunque dilazionata nel tempo. Un corollario – di estrema rilevanza – riguarda le economie che ci si ostina a definire “in via di sviluppo”, come quelle dell’Est Europa, nonché di Cina, Russia, India, Paesi arabi, Brasile, Messico, Sudafrica. La crisi ha colpito a ogni latitudine, tanto che per la prima volta dal dopoguerra il Pil mondiale porta il segno negativo. Ciò ha evidenziato problemi ancora più complessi per quanto riguarda le banche, il sistema manifatturiero, gli scambi commerciali, moltiplicando gli “esiti sociali” dell’impasse economico. A Praga i rappresentanti dell’Ue, dei paesi membri e delle “parti sociali”, dovranno quindi fare il quadro della situazione del lavoro in Europa e considerare alcuni punti deboli strutturali che il “mercato unico” ha mostrato in questa fase. Vari economisti hanno infatti segnalato che, all’emergere virulento della recessione, gli Stati dell’Unione hanno esitato a imboccare la strada di una maggiore collaborazione a livello di politiche economiche, con il riemergere di nazionalismi, protezionismi e colbertismi ormai fuori dalla storia. Ancora: i Ventisette hanno faticato a rendersi conto che la pluralità dei sistemi di welfare e la varietà dei mercati nazionali del lavoro non hanno giocato a favore di una ricomposizione europea per una risposta determinata al terremoto economico. Lo stesso potrebbe dirsi, soprattutto guardando avanti, alla insufficiente politica energetica, alla molteplicità dei sistemi fiscali presenti nell’Europa comunitaria, al frazionamento della ricerca da applicarsi all’innovazione tecnologica e a quello dei sistemi di formazione delle risorse umane, tanto preziose nell’era globale anche in riferimento alle sfide economiche. In questo senso la crisi in atto, pur presentando costi (economici, occupazionali, sociali) elevatissimi, potrebbe costituire un’ulteriore occasione per ribadire, di fronte a un mondo che corre, che serve “più Europa”.