REPUBBLICA MOLDOVA
Intervista con il vescovo di Chisinau
Giornata drammatica il 7 aprile nella Repubblica Moldova, dove nella capitale Chisinau migliaia di manifestanti anticomunisti hanno preso d’assalto e dato fuoco al Parlamento e al palazzo presidenziale per protestare contro l’esito delle elezioni, vinte con il 50% dei voti dal partito comunista al potere. Negli scontri, secondo una tv locale, è morta una ragazza asfissiata dal fumo che si è sviluppato nell’incendio al Parlamento. Almeno altre 60 persone sono rimaste ferite, compresi numerosi agenti di polizia. Decine di migliaia i dimostranti, in gran parte giovani e studenti. Abbiamo incontrato a Roma mons. Anton Cosa, vescovo di Chisinau ,al quale abbiamo chiesto di raccontarci di quelle drammatiche ore. Il vescovo ne ha approfittato per lanciare un appello all’Europa. Eccellenza, ci può raccontare cosa è successo nella sua città in quei giorni? “La Repubblica Moldova ha vissuto un momento di difficoltà in seguito alle ultime elezioni. Ci sono stati scontri, con feriti. Una situazione di forte tensione. Il Paese è una terra molto povera ma adesso sembra essere diventata una terra anche molto instabile dal punto di vista sociale. Noi siamo molto preoccupati. Ancora prima delle elezioni, avevamo chiesto alle nostre comunità di pregare e di preparare la gente, perché affrontasse questo delicato momento delle elezioni politiche con tranquillità, cercando di non rispondere alle provocazioni. Purtroppo non è andata così. Noi abitiamo proprio accanto alla casa del presidente: abbiamo visto e sentito tutto con grande dolore. Eravamo anche preoccupati perché pensavamo che avremmo potuto avere anche noi delle conseguenze inaspettate”.Avete avuto paura?“Abbiamo avuto paura, oltre a quel dolore che si prova nel vedere una democrazia che non è più capace di avere basi sicure e di mantenere un popolo unito. Temevamo anche per la nostra casa. Per fortuna non è successo niente”.Adesso la situazione com’è?“C’è scontento da parte dell’opposizione che non riconosce i risultati delle elezioni. C’è paura perché chi ha dimostrato, è stato preso dalla polizia, e qualcuno dice di essere stato colpito e fa vedere i segni delle percosse. Nelle dimostrazioni sono morte anche delle persone. La società è divisa. Non sappiamo dire se è divisa in parti uguali o se c’è una maggioranza e una minoranza però sappiamo sicuramente che è divisa. Si dice che ci sono state truffe, ma non sono state provate nei tempi previsti dalle legislazione. Nessuno quindi sa se è vero o no. Noi, come Chiesa, possiamo e dobbiamo salvaguardare la pace nel Paese”. Vuole lanciare un appello alle coscienze?“Sì. Un appello prima di tutto alla nostra Chiesa per invitarla alla tranquillità e a non essere passiva ma attiva nella misura in cui ciascuno è responsabile della vita di questo Paese. Ed anche se siamo una piccola minoranza, vogliamo far sentire la nostra voce”.Per dire cosa?“Noi non siamo per le violenze, non siamo per la manipolazione degli esiti elettorali. Vogliamo vivere in una democrazia vera e dalle basi solide e vogliamo andare verso l’Europa. Abbiamo bisogno di aiuto, non vogliamo che l’Europa ci dimentichi o ci isoli. Vogliamo che in Europa si sappia che nella Repubblica Moldova c’è gente buona, che ha bisogno di aiuto, che soffre. È un Paese povero. Ci sono tante persone che sono emigrate per aiutare i loro familiari. Non vogliamo che questi nostri fratelli si sentano in esilio, abbandonati. Devono avere la certezza che un giorno possono ritornare a casa, e trovare un Paese pronto ad accoglierli”.Di che cosa ha bisogno il Paese oggi?“Di speranza. Quando tutti dicono che noi non abbiamo niente, che siamo poveri, che non c’è futuro per il nostro Paese, la Chiesa è chiamata a dare speranza e far vedere alla sua gente dove si trova questa speranza. Le cose che sono successe durante il comunismo sovietico non devono succedere mai più. Non dobbiamo ricominciare a cercare la soluzione dei problemi nella forza, nella paura, nella intimidazione. No, queste cose non le vogliamo più. Non solo, ma richiamiamo tutti a non utilizzare questi mezzi”.Cosa si aspetta la Chiesa della Repubblica Moldova dall’Europa?“Durante quelle dimostrazioni, ho ricevuto tante telefonate e lettere. Ho verificato davvero che non siamo soli. Ecco, cosa possono fare le Chiese europee: esserci accanto, seguire la situazione e sostenerci. Dal punto di vista politico ed internazionale, chiediamo di non andare contro il nostro governo perché il governo rappresenta un popolo. Può essere debole, e magari non condiviso ma dietro a quel governo c’è un popolo, e soprattutto c’è una speranza. Certo, si deve essere prudenti e realisti, però, non si deve abbandonare e isolare il Paese. Altrimenti, l’unica strada che si rischia di ripercorrere è quella del passato”.