CCEE

Annuncio di libertà

Comunicare il Vangelo in un’Europa secolarizzata

“Oggi il mondo, e in modo particolare l’Europa secolarizzata e laicizzata, hanno bisogno di evangelizzatori” che investano la loro vita “nell’annuncio di Cristo” perché “la forza del Vangelo non si è esaurita”; ad indebolirsi sono stati “la nostra fede e il nostro impegno evangelizzatore”. Lo ha detto il card. Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, nell’omelia della Messa celebrata durante l’XI congresso europeo dei vescovi e responsabili delle Conferenze episcopali per la catechesi in Europa “La comunità cristiana e il primo annuncio”, promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e conclusosi ieri 7 maggio a Roma. Il futuro della Chiesa in Europa. Rivolgendosi agli oltre 80 partecipanti (30 le Conferenze episcopali rappresentate), il card. Hummes ha affermato: “Oggi bisogna decidersi per un’evangelizzazione fondamentale, anche all’interno dello stesso gregge dei battezzati” poiché “sono moltissimi i cristiani allontanatisi” dalle nostre comunità ecclesiali “perché non sufficientemente o per niente evangelizzati”. Spesso, insomma, è mancata proprio “la prima evangelizzazione”. “Anche coloro che si dicono postcristiani possono essere toccati di nuovo”, ha aggiunto il porporato, ma più che una “formulazione dottrinaria” o “un codice di morale”, serve l’esperienza di “un reale incontro” con Cristo. È necessario allora trovare “la strada missionaria per raggiungere tutti”. “Il futuro della Chiesa in Europa – ha concluso – dipenderà in gran parte dal buon esito di questo impegno”. Sulla stessa linea il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, secondo il quale “l’Europa è diventata un Paese di missione” al quale occorre “annunciare nuovamente la notizia lieta e liberante di Gesù”.Una “rinnovata Pentecoste”. Un annuncio che “non significa indottrinamento, bensì testimonianza spirituale attraverso la parola e l’azione, nonché attraverso l’intera vita della Chiesa”, da attuare in Europa, in cui esistono un “ateismo anticlericale duro e un laicismo articolato a livello politico”, ma si assiste anche “ad un ritorno della religione”. Un processo “ambivalente”, che spesso “porta ad una vaga religiosità diffusa ed elastica, una religiosità fai-da-te”. “Alla patologia della ragione corrisponde una religiosità patologica”, ha aggiunto il presule definendo la situazione “uno scisma tra Dio e il mondo, tra fede e pensiero, che occorre risolvere nell’interesse della religione e del mondo”. Per Kasper la nuova evangelizzazione implica un “rinnovamento missionario delle parrocchie”, comunità cristiane “più accoglienti” e la capacità di mostrare che “la Parola di Dio ha dentro di sé le risposte alle grandi domande dell’uomo”. Ma solo una “Chiesa che ha evangelizzato se stessa può evangelizzare” ha ammonito. “Non si tratta dunque di creare nuove organizzazioni e istituzioni”, bensì di “catturare nuovamente il fuoco della Pentecoste” che, “da solo, si autopropagherà”. La nuova evangelizzazione dell’Europa “inizia con una rinnovata Pentecoste; inizia da noi stessi”.Sorprendere con un dono. “Attraverso il primo annuncio occorre sorprendere le persone con un dono di cui non sanno di avere bisogno” ha affermato il gesuita Michael Paul Gallagher, decano della Facoltà di teologia della Pontificia Università Gregoriana. “La sfida del primo annuncio – ha spiegato il teologo – si gioca più sul piano delle immagini che su quello delle idee”; occorre cioè comprendere quali “forme” siano “utili alla trasmissione della fede e quali non lo siano più”. Secondo Gallagher bisogna inoltre chiedersi “chi siano i destinatari di questo annuncio” in un postmoderno caratterizzato da “identità fragili ma anche da una nuova non-ostilità alla possibilità della fede”. In tale orizzonte occorre allora “invitare le persone a immaginare la propria vita in modo diverso, alla luce di Cristo”. Stare nell’areopago, ha proseguito il gesuita, significa “ascoltare che cosa accade al di là delle apparenze nella vita della gente”. Riconoscersi amati. Padre Gallagher invita a riflettere, “come insegnava Hans Urs von Balthasar, sul primo sorriso di un bambino, l’infante che non è ancora in grado di parlare ma che con il sorriso dice la consapevolezza di essere amato”. Da questo, precisa, occorre partire, perché “la prima cosa da insegnare alla gente è a riconoscersi amati”. “La fede – dice – è il nostro sì ad un primo grande sì”. Di qui alcuni suggerimenti pratici. Anzitutto occorre “recuperare la Parola di Dio e la lectio divina”; quindi bisogna “iniziare le persone ad ‘abilità spirituali’ all’interno di una comunità” perché “solo con gli altri troviamo la via”. Gallagher consiglia inoltre “la via sacramentale” e “il servizio ai feriti dal mondo”: il tutto nella consapevolezza che “lo Spirito è la vera sorgente e forza della nostra catechesi”. ”